COMMENTO ALLE LETTURE


La fiducia custodita come dono

Anche questa domenica le letture proposte per la liturgia si basano sull’allegoria della vigna. Ed ancora si parla della sollecitudine del padrone nei confronti di questa sua vigna mandandovi operai perché la lavorino e così porti frutto. La prima lettura però illumina il vangelo stesso chiarendo che anche Gesù usa quest’immagine non tanto per parlare di una vigna qualsiasi, bensì per alludere al comportamento del Signore nei confronti dell’umanità e, allo stesso tempo, del comportamento della stessa umanità nei confronti di Dio stesso.

C’è però un salto “di qualità” tra l’idea veicolata dal brano del profeta Isaia (prima lettura) e quella del vangelo: se il testo profetico parla del fatto che, nonostante tutte le cure, la vigna non produce il frutto tanto atteso, la vigna “evangelica” produce ciò che poteva, doveva e si aspettava che producesse: l’uva. Possiamo immaginare, dall’atteggiamento dei vignaioli, che la produzione in quell’anno era stata sia di qualità, quanto anche di quantità, tant’è che i vignaioli vogliono appropriarsi di quella vigna a tutti i costi, persino attraverso la violenza e l’uccisione, cosa che di fatto avviene. Tutto questo confidando che il padrone non sarebbe intervenuto, “espellendolo” dall’equazione del loro comportamento attraverso il classico metodo del “dimenticare” il padrone stesso della vigna e che loro non sono padroni di nulla, anche se il loro contatto con la vigna è più diretto, in quanto, lavorando al vigna, sono loro a vedere più da vicino come questa cresce e produce.

Potremmo vedere in questo vangelo diversi comportamenti umani riscontrabili nella storia, non solo quella passata ma anche in quella presente. Un primo punto è quello che la storia umana è ancora oggetto di premura, di amore passionale da parte del Signore. Potremmo vedere con una certa facilità che gli operai della storia umana fanno sì che ci siano tanti frutti: basti pensare alle tante opportunità che l’uomo odierno ha per condurre una vita dignitosa, le tecnologie nell’ambito del benessere, della salute, per non parlare dei tanti mezzi odierni che dovrebbero facilitare la comunione tra le persone come, per esempio, i mezzi che dovrebbero alleviare la solitudine umana, fonte di tanti guai.

Eppure si può costatare, allo stesso tempo, l’aumento della frustrazione, delle tante malattie cosiddette “incurabili”, della violenza di tutti tipi, alcune di esse difficilmente riscontrabili nella storia (pensiamo, per esempio, la violenza promossa sui social media), dai tanti crimini che ci affliggono. Sembra che la vita, e le moderne occasioni per riempirla di gioia, non trovano quel compimento che dovrebbero dare. Allora scatta quasi da sé la domanda, ed è il secondo punto della nostra riflessione: come mai? Cosa manca? Il vangelo di questa domenica lascia intravvedere cosa succede. Intanto, la violenza e la criminalità compare nel momento in cui gli operai pretendono di diventare padroni della vigna. E questo avviene quando dalla loro mente e dal loro cuore “sparisce” il padrone, o meglio quando lo fanno sparire, quando dimenticano il loro rapporto originario con la vigna, rapporto che passa attraverso il padrone. Potremmo sintetizzare dicendo anche che loro passano dalla fiducia ricevuta all’usurpazione. O quando si passa dalla consapevolezza che tutto è dono al.. furto. Il dono riconosciuto produce gioia, l’usurpazione produce violenza, crimine. L’esclusione del padrone ha come diretta conseguenza il disordine relazionale, il caos, la violenza, la morte dei servi del padrone ma, ad un certo punto, anche degli stessi operai.

Quanto alla violenza e alla morte provocata, la storia attuale rivela quanto sia vero ciò che dice il vangelo! È difficile non riconoscere che tutti gli orrori della storia umana sono capitati perché l’uomo si dimentica e addirittura esclude “il padrone della storia”. Volendo l’uomo diventare lui il padrone, in realtà non fa altro che usurpare, di avere ciò che non è suo, ed il risultato lo si vede!

Chiediamo al Signore per noi che ci dia la grazia di non dimenticare che solo essendo e rimanendo figli, vale a dire in rapporto con il Padre, possiamo sviluppare tutte le nostre potenzialità e così raggiungere quella gioia piena e vera che solo la fiducia accolta e riconosciuta può garantirci.

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