COMMENTO ALLE LETTURE


Talvolta mi piace mettermi nei panni di un evangelista alle prese con il compito di trasmettere il “vangelo” a coloro che lo avrebbero poi letto, da qualunque “provenienza religiosa o culturale” fossero partiti.
In questo caso si tratta di Matteo, alle prese con il difficile compito di scrivere tenendo presente la complessa situazione in cui si trovavano i primi cristiani provenienti dal giudaismo e attaccatissimi alla legge Mosaica, e i primi cristiani provenienti dal paganesimo e ignoranti delle leggi ebraiche.
E Matteo, da saggio ebreo divenuto poi fedele cristiano, svolge bene questo compito e chiarisce, proprio all’inizio del suo vangelo, l’unico passaggio obbligato per giungere ad un punto di arrivo comune, quello di accedere all’anima della legge, anziché fermarsi alla osservanza formale della medesima.
Accomuna cioè le due categorie di cristiani provenienti dal giudaismo e di cristiani provenienti dal paganesimo, proponendo loro un unico salto di qualità spirituale convergente sul Messia.
Con i suoi fratelli ebrei lo fa rassicurandoli che Gesù Cristo, il Messia preannunciato, non va “contro” la legge, ma “oltre”, che non è alternativo a Mosè, ma perfezionativo, migliorativo, completivo.
Gli appartenenti al nuovo Regno (e qui Matteo lo fa con quel pizzico di vis polemica usata anche in altre parti del suo vangelo per rinfacciare ai suoi la cantonata solenne che avevano preso nell’aver deciso di mettere a morte l’Amore in nome della Legge, o meglio in nome dell’idea che avevano elaborato sul Messia preannunciato dalla Legge) non dovranno accontentarsi di una osservanza esteriore, seppur scrupolosa, della Legge, ma accedervi al suo interno per trovarvi l’anima, cioè l’Amore.
E di questo nuovo percorso che passa dall’etica, soprattutto formale, allo spirituale sostanziale, vengono dati esempi chiari e paradossalmente sconvolgenti: sull’ira, sul desiderio sessuale malvagio, sul giuramento e così via…
Esemplificazioni talmente concrete da non necessitare di ulteriori approfondimenti.
Esemplificazioni di estrema attualità, perché anche oggi è sempre in agguato per i cristiani il pericolo di cadere nella tentazione subdola di limitarsi a comportamenti di osservanza formale (magari collezionando una somma di devozioni pur belle, ma lontane dalla semplice celebrazione sentita dell’Eucaristia) con il rischio di arrivare addirittura ad una osservanza sospettosa, guardinga e tirchia del medesimo comandamento dell’ Amore.
Se in nome della Legge è stato ucciso l’Amore, in nome dell’Amore viene vivificata la medesima Legge.
L’invito di Gesù con quel suo martellante e paradossale uso dell’espressione “Mosè vi ha detto… ma IO vi dico”, non lascia spazio a tatticismi interpretativi ed indica la strada della sequela senza “se”, senza “ma”, senza “però”, senza “distinguo”.
L’invito di Gesù indica la strada per accedere all’anima della Legge che è l’Amore. Invito che sant’Agostino sintetizzerà in una dei suoi fulminanti (e paradossali) aforismi: “Ama e fa quello che vuoi”.
Non certamente da interpretare nel senso di “fare come ci pare”, ma da interpretare nel senso di amare “facendo come Dio comanda”.
E il cerchio si chiude perché Dio è Amore.

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