COMMENTO ALLE LETTURE


Quando si legge per l’ennesima volta il medesimo brano di vangelo (e questo vale in assoluto anche per altri brani o racconti…) si corre il rischio di non accorgersi quasi più delle emozioni provate la prima volta. A meno che non si faccia quello che alcuni saggi suggeriscono, cioè di fare attenzione alle “libere associazioni” che ogni volta vengono alla mente durante tale lettura.
Nel caso del brano di oggi (conosciutissimo e codificato come “le nozze di Cana”), mi è venuto alla mente l’aneddoto dei tre scalpellini alle prese con un blocco di marmo da modellare. Si narra che un passante chiedesse al primo scalpellino cosa stesse facendo, ottenendo come risposta: “Sto modellando un blocco di marmo”; rivolgendo la medesima domanda al secondo scalpellino ottenne come risposta: “Sto guadagnando il pane per mantenere la mia famiglia”; ponendo infine al terzo scalpellino la medesima domanda ottenne in risposta: “Sto costruendo una cattedrale”:.
Superfluo sottolineare i diversi livelli di sensibilità delle tre risposte. Curioso rimane comunque il fatto di questa “libera associazione” suscitata nel corso della lettura, per l’ennesima volta, del brano delle “nozze di Cana”.
Come a dire che ogni evento della vita contiene nel suo nucleo più profondo quel nutrimento di mistero di cui la nostra anima ha quotidianamente fame e sete…
Nella fattispecie del brano di oggi, si potrebbero infatti ravvisare tre livelli di lettura: è un evento di festa con un contrattempo che la stava per rovinare, è un battibecco tra due invitati (Gesù e la sua mamma), riguardo al possibile darsi da fare per risolvere quel problema della mancanza di vino,e, terzo livello, è la evidenziazione della presenza nascosta di Dio nella più banale quotidianità degli eventi…
Ora, al di là delle tante e tante sollecitazioni spirituali, e dei tanti spunti di meditazione presenti in questo succoso brano (la consacrazione dell’amore umano, il fondarsi della famiglia sacramentale, il cambio di sostanza da acqua in vino che sembra preludere in maniera inequivocabile al cambio di sostanza da vino in sangue dell’ultima cena), sembra essere questo il nucleo dal quale l’anima trae nutrimento: la consapevolezza dell’agire nascosto di Dio nelle vicende umane. A Cana una presenza temporanea in carne e ossa e, ad operazione salvezza conclusa, una presenza assoluta e definitiva in Spirito e verità.
Una presenza sempre discreta, impalpabile, avvertita però subitamente dalle antenne dell’anima, di un’anima, beninteso, in cui circoli vitalità divina.
Ne da conferma la conosciutissima espressione liturgica “corpo, sangue, anima e divinità” che induce alla seguente considerazione: il “sangue” sta al corpo come “Dio” sta all’anima.
Un dettaglio curioso va sottolineato sempre a proposito di questa modalità di presenza attiva ed operosa di Dio nelle vicende umana, il fatto che Egli non si aspetti in cambio altro se non la nostra fede…magari accompagnata da qualche sorridente lode.
Infatti, se si fa attenzione ad alcuni passaggi del brano, si scopre che a ricevere i complimenti per l’accaduto “miracoloso” è lo sposo (ignaro di tutto) a cui è proprio il “maestro di tavola” a dirgli bravo…
E Gesù? Nessuno a ringraziarlo, ad applaudirlo, in qualche modo a ripagarlo…
E la Mamma, che lo aveva indotto in maniera raffinata a darsi una mossa ordinando ai servi di “fare tutto quello che vi dirà”, come sarà rimasta? E gli altri invitati?
Rimane un dato: quei pochi discepoli che avevano preso a seguirlo “credettero” in Lui, definitivamente, per sempre.. Questa è la ricompensa che Dio si aspetta da noi per le sue grazie… Una ricompensa, paradossalmente e curiosamente parlando, essa stessa donata da Lui.
Con un Dio così si va sempre a nozze…

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