COMMENTO ALLE LETTURE


 Quando viviamo un evento o una situazione di vita importante e ci prende voglia di fare dei commenti o addirittura dei bilanci, solitamente ce ne usciamo con espressioni del genere: “E’ proprio finita”, “ha fatto una brutta fine”, “peggio di così non poteva andare”, “abbiamo fatto l’impossibile, ed ecco il risultato”…
 E questo è naturalmente il versante dolente e disperato dei commenti e il brano del vangelo di oggi che riferisce la fine terrena di Gesù, sembra darne conferma.
 Ma, in fondo all’anima, è in agguato la speranza con il suo sorriso ammiccante: “Il bello deve ancora venire”…
 Ma soffermiamoci sul brano di oggi. Siamo alle ultime battute del racconto di Giovanni che racconta l’ apparente fallimento della missione di Gesù.
 Subito vengono in mente, però anche le prime battute con le quali Giovanni, il discepolo preferito, inizia il suo racconto: “In principio era il Verbo…”. E subito balza anche all’occhio una cosa grave: Il rifiuto, da parte dell’umanità, dell’evidenza dell’agire benefico della Trinità nei suoi riguardi.
 Infatti, frasi come quelle usate da Giovanni per stigmatizzare il comportamento dell’umanità (di allora e di sempre) riguardo a quell’ evento unico e decisivo per le sorti della medesima quale è stata l’Incarnazione del Verbo, deve averle meditate bene: “ Venne la luce….. ma le tenebre non l’hanno accolta”, “Tutto il mondo fu fatto per mezzo di Lui… ma il mondo non lo riconobbe”, “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”-
 Come si può notare, non è un rifiuto ragionato, motivato, pensato, congruo, ponderato (che ci potrebbe anche stare, psicologicamente parlando), ma un rifiuto capriccioso, tignoso, di quelli che fanno dire “capisco che hai ragione, ma non ti voglio dare la soddisfazione di riconoscerla”… Perché di questo si tratta, di un sabotaggio vero e proprio operato nei confronti dell’anima da parte del cuore e della mente umana, da un cuore affetto da sclerosi e da una mente piena zeppa di metastasi virali del dubbio…
 Verrebbe da dire: “Ma allora l’umanità è di coccio!” . Ma più ancora viene da chiederci: “Ma come è possibile, come è possibile che l’uomo di allora così come l’uomo di oggi si tiri da solo la zappa sui piedi?”
Purtroppo è possibile, e tutto ciò si verifica quando l’uomo, prima di lasciarsi andare umilmente a credere, pretende presuntuosamente di voler “capire”. Tre considerazioni (è la festa della Trinità) per non andare troppo per le lunghe: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto” (Confucio), “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”, “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere” (Einstein).
 Ultime battute, si diceva, seppur non ultimissime. Dev’essere stato infatti terribile e angosciante vivere quello spazio di tempo tra il venerdì pomeriggio e la domenica mattina… Dev’essere stato “tragico” quel sabato, prima di diventare “santo”. Così scrive un giovane autore: “Eppure in quella terra di nessuno tra il baratro e il cielo c’è un mistero grande e decisivo per la nostra vita. Eh sì, perché è il tempo della sospensione del senso, il tempo in cui quelli che erano con lui si domandarono seriamente se fosse stata una terribile illusione e se tutto si fosse fermato a quell’assurdo e crudo epilogo del Golgota”. (Roberto Contu, CARO PRETE, QUESTA SERA ASCOLTI TU – EDB)
 E’ bello anche chiederci, a questo punto, come mai sia stato scelto proprio questo brano così drammatico di vangelo proprio per la domenica dedicata alla Trinità.
 La risposta attiene al mistero, ma non così tanto però, perché origliando alla porta dell’eternità, proprio in quel sabato, pare di sentire i Tre dirsi tra loro: “Abbiamo fatto l’impossibile, compresi i miracoli… quelli straordinari, quelli che gli uomini cercano per poter credere in Noi, al posto di cercare Noi per essere facilitati a credere nei miracoli. Noi, che non vediamo l’ora (siamo fuori dal tempo…) se umilmente richiesti, di fare loro il dono più prestigioso che teniamo in serbo proprio per loro, quello della fede… Così facendo, però, rischiano di ignorare i miracoli quotidiani, che sono la nostra specialità. Senza dire che il bello deve ancora venire e questo sì che è e sarà sempre il nostro asso nella manica… Chissà! A meno che gli uomini di adesso, come quelli di sempre, siano così rammaricati del passato e così preoccupati del futuro da rovinarsi il presente…Non pensano che il presente è l’unico punto di contatto tra l’eternità e il tempo ed è lì che Ci possono agevolmente incontrare e intrattenere con ognuno di Noi Tre… in presenza anche della nostra e loro Madre”.

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