COMMENTO ALLE LETTURE

La parola “cattedra” (etimologicamente “sedia a braccioli”) rimanda immediatamente al mondo della scuola. I “concorsi a cattedra” sono da sempre affollatissimi, anche se poi a vincerli sono pochi. Ma la realtà della cattedra non riguarda soltanto il mondo della scuola…
Negli ambiti della vita sociale, familiare, religiosa l’inclinazione a mettersi in cattedra per insegnare o ribadire le regole del convivere risponde ad una sana e lodevole profonda esigenza dell’animo umano, quella di fare da battistrada e da apripista all’avanzamento della verità e della giustizia in quella staffetta universale che è l’esistere terreno.
L’accoppiata “insegnamento-apprendimento” si avvale inoltre di tutta una serie di strumenti e di metodologie in grado di facilitare la trasmissione dei valori da una generazione all’altra.
C’è però un elemento non trascurabile che rende più efficace la trasmissione dei valori ed è l’elemento della “coerenza” dell’insegnante rispetto ai valori proclamati. “Le parole smuovono, l’esempio trascina”, ammonisce un vecchio proverbio.
Se è vero, come è assodato dalle scienze pedagogiche, che si impara per “apprendimento e per via imitativa”, ne consegue che a facilitare l’apprendimento è proprio la coerenza di chi “sta in cattedra”. In una parola è proprio “l’incarnazione” della teoria nella vita personale a determinare la riuscita possibile del passaggio del testimone da una generazione all’altra.

E la parola “incarnazione” ci immette nel contesto del brano evangelico di oggi quasi a voler ribadire subito che è proprio l’incarnazione a sostanziare la proclamazione della verità.
Dio non è stato seduto sulla sua cattedra tra le nuvole a proclamare i suoi pensieri, ma “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo”.
Gesù, la Parola fatta Carne…per diventare poi Pane, ha tutte le carte in regola quindi per prendersela con coloro che “siedono sulla cattedra di Mosè” stigmatizzando le loro incoerenze, i loro “comportamenti” incongruenti: legano pesi gravi e insopportabili e li caricano sulle spalle degli uomini, ma essi non lo vogliono muovere neppure con un dito, fanno poi tutte le loro azioni per essere veduti dagli uomini, amano i primi posti nei conviti e i primi seggi nelle sinagoghe, vogliono essere salutati nelle pubbliche piazze ed essere dalla gente chiamati maestri…
Gesù stigmatizza con esemplificazioni precise i comportamenti “incoerenti” e lo fa in maniera convincente proprio in ragione della sua “coerenza”. E la pagherà cara, per noi, questa sua coerenza.
Non si limita però a “denunciare” il male, bensì indica “ai discepoli e alle turbe”, quindi a tutti coloro che in qualche modo lo vogliono scegliere come “maestro di vita”, il comportamento alternativo.
Un comportamento alternativo che ha il suo perno nel riconoscere l’identità radicale dell’essere umano che è una identità di “fraternità universale”.
Tale forte richiamo alla identità radicale della fraternità taglia la testa al toro e evita di cadere nella trappola del “parlare bene e del razzolare male”, o del gongolarsi quando si viene chiamati “maestri” (“uno solo è il vostro maestro”… chiarisce Gesù ammonendo soavemente coloro che svolgono la “funzione” di maestro…: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”) oppure “padri” (“Uno solo è il Vostro Padre, quello dei cieli”), oppure ancora “dottori” (“Chi è maggiore tra voi, sarà vostro servo”…).

Come a dire che se ci si ricorda di essere nati “orizzontali” (è la simpatica espressione del mio caro amico fratello prete, e adesso anche Monsignore… don Carlino), cioè fratelli nello Spirito (e non nella carne o nel sangue) si resiste alla tentazione di “montarsi la testa” quale che sia la “funzione” momentaneamente assegnataci per la causa comune del Regno di Dio.

 

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