PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE

di Gigi Avanti


“Qui le cose non vanno, bisogna darsi da fare. Voglio vedere presto dei risultati, se no saranno tempi duri per tutti.”

E’ una espressione allarmata che sarà capitato a molti di sentire. Questa esortazione al “darsi da fare” per “ottenere risultati” la si sente ripetere anche quando le cose non sembrano poi andare così male… al punto da poter concludere che l’atteggiamento interiore del “darsi da fare” sia diventato quasi una inclinazione psicologica dovuta all’inquietudine dell’uomo moderno secondo la quale egli arriva addirittura a pensare che se non “vede risultati” è segno che non si è “dato da fare” abbastanza…

Inclinazione psicologica capace di provocare una sorta di corto circuito comportamentale fatto di due facce contrapposte, quella di una accelerazione del “darsi da fare” (ansia) per ottenere risultati e quella del tirare i remi in barca (accidia) convinti che non ci sia più niente da fare..

Il vangelo di oggi può leggersi anche in questa prospettiva… con “risultati” sorprendenti.

Anche Gesù infatti, ha a cuore la sua “azienda”; anch’Egli sollecita a “darsi da fare” con le sue esortazioni per ottenere certi risultati, ma lo fa in un modo molto diverso da quello appena ricordato. Indica infatti un diverso approccio a coloro che sono intenzionati a realizzare un progetto” o a “ottenere risultati”, l’approccio dell’ “essere” più che quello del “fare”… Un “essere” però così pregnante da lasciar intuire come logica conseguenza un “darsi da fare” coerente e financo la modalità medesima del darsi da fare, quella della “gioia”

Come risulta lampante dai ritornelli insistenti pronunciati da Gesù: “Rimanete nel mio amore”… “Rimanete attaccati a me come il tralcio alla vite… se volete dare frutto”. Ed ancora: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore” (questo sarebbe lo specifico del “da farsi” cristiano). E per finire: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena”.

Il “darsi da fare” del cristiano non consiste pertanto nell’affannoso “operare” per vedere i risultati (sarebbe anche pacchiana “vanità” e miope “presunzione” attribuirsene il merito…) quanto nell’umile “stare” in Cristo nel luogo e nel tempo previsto dalla Sapienza del Padre… per “portare” frutto.

La dinamica del voler “ottenere risultati” (in un certo senso considerabile come autoreferenziale) è diametralmente diversa da quella dell’essere disponibile a fare il “portatore di frutti” (dinamica di natura più dichiaratamente altruistica).

Lo specifico dell’agire del cristiano è di vivere “in Cristo” (“Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” avrà modo di esclamare l’apostolo Paolo... che quanto a “darsi da fare” non è secondo a nessuno).

E di vivere in Cristo con il sorriso nel cuore e sul volto. Un sorriso capace di trasmettere la gioia di credere nel Risorto, la gioia di generare vita, la gioia di educare a credere, la gioia della fraternità quotidiana dell’amarsi come amici… come scrive una amica carissima suora clarissa di clausura, Madre Elena Francesca: “L’amicizia è davvero la festa della vita, quella con Gesù, prima di tutto, e quella con i fratelli”… a fronte della seriosità, se non della cupezza, dei musi lunghi o delle labbra pendule, dei toni sospirosi a cui fa difetto sovente il respirar fresco e scattante della speranza.

Magari anche ricordando, per sorridere un po’ di più nell’offrire testimonianza o nell’essere semplicemente testimoni (magari anche invisibili come succede alle persone chiamate alla testimonianza claustrale), una espressione di Gesù che non fa per niente ridere: “Senza di me non potete fare proprio niente”. Ammonisce un detto dell’Etiopia: “Se hai un solo dente in bocca, usalo per sorridere”.

E non dimenticando che il vertice da vivere (e non da “raggiungere” come risultato finale…)

nella quotidianità della testimonianza è sempre quello di “dare la vita…per gli amici” nel modo e nella forma fantasiosa quindi gioiosa, indicata di volta in volta dallo Spirito.

Può essere che di questi tempi così “tragici”…lo Spirito ci stia ammonendo a non “dannarsi l’anima” con volto corrucciato e cupo nell’intento di “salvare le anime”, bensì a restare sereni e sorridenti attaccati a Lui (come un tralcio alla vite) onde la linfa della Gioia del Risorto scorra placidamente nelle arterie dell’anima e porti frutto…

Rincorrere frettolosamente o nervosamente risultati viene qualificato come fatica sprecata sul piano spirituale (“quand’anche avrete fatto tutto quello che dovevate… siete sempre servi inutili”). Rimanere saldi e gioiosi nella fede viene invece indicato come trampolino per quella testimonianza di “operosità” idonea al giorno d’oggi per la dilatazione del Regno di Dio.

A patto, però, che tale testimonianza di “fraternità” sia soprattutto “gioiosa”… perché quando Gesù parla di “gioia piena” intende far capire che un “frutto” per essere desiderato e magari anche colto deve essere “pienamente” maturo…

E sulle “acerbità” dei nostri prodotti così come sulle “calcolate tirchierie” del nostro cuore invochiamo la ricca misericordia del Signore.


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE

di Andrea Lonardo


1/ “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa”.

La fede cristiana non è solo fede nell’evento già avvenuto della morte e della resurrezione di Gesù 2000 anni fa. La fede cristiana è fede nella presenza del risorto qui e ora nel suo Spirito.

L’iconografia ha rappresentato tutto questo in maniera straordinaria ed estremamente sintetica ogni volta che ha voluto simbolizzare le tre virtù teologali. Per ognuna di esse ha utilizzato la figura femminile in diversi atteggiamenti.

Ha rappresentato spesso la speranza, come una donna che guarda in alto, che guarda più in là di ciò che avviene. Ha rappresentato la carità come una donna carica di bambini che l’abbracciano, come una donna amante della vita, felice delle creature nate per grazia di Dio e disposta a servirle.

Ha rappresentato la fede come una donna che contempla la croce, simbolo dell’evento pasquale, ma, insieme, fissa il suo sguardo sul calice e sull’ostia consacrata. Perché quell’evento pasquale è ora vivo e presente nell’eucarestia.

Si potrebbe dire che la fede cristiana è fede nell’eucarestia, è fede in Cristo vivente nei suoi sacramenti, è fede nell’opera dello Spirito Santo che “ricorda” e “rende presente” sempre di nuovo il Cristo, è fede nell’opera della grazia che rinnova il cuore dell’uomo oggi.

Non basta la fede nel Cristo storico. La fede, se non guardasse al Cristo eucaristico, al Cristo incontrato oggi nello Spirito, non sarebbe fede cattolica!

2/ Gesù nel vangelo di Giovanni presenta lo Spirito che il Padre manderà come il Paràclito, termine greco dai molteplici significati, che vuol dire il “consolatore”, l’“avvocato”, il “difensore”. Egli è colui che è “chiamato presso” di noi, perché se il ritorno del Figlio al Padre significasse che noi siamo stati abbandonati e lasciati soli, questo equivarrebbe a dire che noi siamo perduti.

Come il Figlio è stato il “primo consolatore” venuto “in mezzo a noi”, perché senza Dio e la sua grazia l’uomo non può vivere e si perde, così ora egli lascia a noi un “nuovo consolatore” perché Dio “dimori” presso di noi. Di Dio e della sua grazia, infatti, l’uomo vive.

Ma Gesù spiega bene che questo “secondo consolatore” non è semplicemente diverso da lui, bensì è uno con lui e con il Padre ed, anzi, è quel dono di Dio che ci mantiene nella comunione con il suo amore.

Infatti, il Consolatore non potrà parlare da sé: piuttosto, parlerà del Padre e del Figlio. Egli “vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

La parola di Gesù che identifica precisamente lo Spirito come Spirito del Cristo non solo è decisiva nell’interpretazione teologica cristiana del dialogo inter-religioso - poiché non si da uno Spirito che va oltre Cristo, che non conduce a lui, che lo supera. Una tale parola è decisiva anche nella spiritualità cristiana del quotidiano che ha compreso fin dalle origini come vivere nello Spirito e dello Spirito sia “prendere la forma” di Cristo, sia divenire cristiani.

Lo Spirito Santo spinge il credente ad incontrare Gesù, a ricordarlo, a contemplarlo, ad amarlo, a vivere di lui. Ecco un passaggio capitale della spiritualità cristiana, come ricordava Santa Teresa d’Avila: lo Spirito invita a passare per la carne di Gesù, come per la via più sicura per giungere a Dio.

3/ Questo vuol dire, innanzitutto, fare la fatica – e trovare la gioia - di conoscere veramente il Signore. Lo Spirito che ha ispirato la chiesa a scrivere di Gesù nel Nuovo Testamento, spinge poi i credenti a riprendere sempre di nuovo in mano quei testi, per conoscerli e amarli sempre di più e trovarvi in essi la voce del Figlio.

Scriveva in pieno umanesimo Erasmo da Rotterdam, spingendo i cristiani a cercare nei vangeli il volto del Signore:
 
Se arriva qualcosa dai Caldei o dagli Egizi, bramiamo ardentemente di conoscerlo proprio perché viene da un mondo a noi estraneo, e l’arrivare da lontano fa parte del suo valore.
Spesso sulle fantasie di un poveruomo, per non dire di un impostore, ci tormentiamo ansiosamente, non solo senza alcun frutto, ma con grande spreco di tempo – per non dir di peggio (sebbene sia già gravissimo non ottenere nessun risultato).
Ma come mai una curiosità di questo genere non stuzzica l’animo dei Cristiani, che sanno benissimo che la loro dottrina non viene dall’Egitto o dalla Siria, ma dal cielo stesso? Perché non riflettiamo tutti che è necessario sia uno straordinario, mai visto, genere di filosofia quello di predicarci il quale colui che era Dio si è fatto uomo, colui che era immortale si è fatto mortale, colui che era nel cuore del Padre è sceso in terra?
Perché, qui, non conosciamo, analizziamo, discutiamo, con pia curiosità, ogni singola cosa?
Soprattutto visto che questo genere di sapienza – tanto esimio da rendere una volta per tutte stolta tutta la sapienza di questo mondo – lo si può attingere, come da limpidissime fonti, da questi pochi libri, con fatica di gran lunga minore di quella che costa attingere da tanti volumi spinosi, da tanto immensi e contraddittori commenti di interpreti la dottrina aristotelica – per non aggiungere con quanto maggior frutto
”.

4/ Ma lo Spirito, prima di ispirare quei testi sacri, ha ispirato la chiesa stessa che li ha scritti. Lo mostra il brano odierno degli Atti degli apostoli. Lì il collegio apostolico ha il coraggio di affermare 
che la decisione che i pagani non debbono essere prima circoncisi per diventare cristiani viene dallo stesso Spirito di Dio: “abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi”.

L’ispirazione delle Scritture è una delle manifestazioni dello Spirito, ma non l’unica. Quello stesso Spirito che ricorda il Cristo ha guidato la comunità primitiva a seguire la sua volontà, conducendo gli apostoli riuniti nel prendere una decisione così gravida di conseguenze. Egli li mantiene fedeli alla volontà di Cristo. Ed a quella volontà essi debbono sempre fare riferimento, non potendo mai sostituirsi ad essa, ma essendo invece sempre tenuti a servirla.

In questo senso lo Spirito è anche colui che libera l’uomo dal rischio di conformarsi allo spirito del proprio tempo, come aveva acutamente notato C. G. Jung:

Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana.
Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé. Pensare diversamente da come si pensa oggi genera sempre un senso di fastidio e dà l’impressione di una cosa non giusta; può apparire persino una scorrettezza, una morbosità, una bestemmia, ed è quindi socialmente pericoloso per il singolo
”.

Lo Spirito di Cristo è, invece, colui che libera l’uomo dalla schiavitù del pensiero corrente, per aprirgli la via della fedeltà alla novità di Dio, come ha scritto G. K. Chesterton: “La Chiesa Cattolica è la sola capace di salvare l’uomo dallo stato di schiavitù in cui si troverebbe se fosse soltanto il figlio del suo tempo”.

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