PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE

di Andrea Lonardo


I farisei sanno che, da sempre, la politica è un tema scivoloso. Scelgono questo terreno per cercare di cogliere in fallo Gesù. Ed, ancora una volta, la situazione più difficile diventa per il Signore non una realtà da rifiutare e da fuggire, bensì un’occasione per amare e per testimoniare la verità del Padre  e dell’uomo. L’affermazione “date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio” – una dichiarazione che cambierà il volto della storia tutta dell’umanità e che fonderà per sempre la laicità vera del potere - viene espressa in un momento di esplicita persecuzione nei confronti del Cristo, mentre cioè si sta tramando la sua morte. Anche qui nessun istante della vita del Signore va perduto. Egli è “la Parola”!

La domanda sembra senza alternative: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Se Gesù rispondesse che è lecito, ecco che sarebbe facile accusarlo di essere un uomo compromesso con il potere, uno che non prende le distanze dal nemico che toglie la piena libertà al paese, uno che è connivente con una situazione di ingiustizia nella quale tanti sono costretti.

Ma se rispondesse che non è bene pagarlo, ecco che egli potrebbe essere facilmente fatto passare per uno dei tanti rivoluzionari ostili all’autorità dei quali pullulava allora la Giudea, uno di quelli dai quali è bene guardarsi perché non sai dove possono condurre gli animi eccitati del popolo, uno di quelli che di fatto porteranno il popolo ebraico alla rovina attraverso le due guerre giudaiche.

La risposta di Gesù solo ad uno sguardo superficiale può essere etichettata semplicemente come furba, come prudente, come un escamotage per sfuggire al dilemma. In realtà essa scava nel profondo, segnando il passo di ogni futura discussione su Dio e sull’uomo.

Gesù, domandando che gli sia mostrata la moneta del tributo, obbliga, innanzitutto, i suoi ascoltatori a manifestare che essi fanno uso del denaro e proprio di quelle monete con le quali vorrebbero incastrarlo.

È una straordinaria lezione di realismo. L’uomo, ovunque si trovi, intrattiene relazioni con altri tramite costituzioni, leggi, pesi e misure, quantificazioni economiche, equilibri di potere. A partire dall’insegnamento del Signore il cristianesimo ha imparato a rigettare l’anarchia, l’abolizione delle istituzioni, perché esse sono necessarie nel tempo transitorio della storia. L’uomo che è debole, a motivo del peccato e del peccato originale, non saprebbe governare se stesso senza una strutturazione istituzionale della società. Paolo trarrà le giuste conseguenze da questo rifiuto dell’anarchia dichiarando nella lettera ai Romani che l’autorità è da Dio, non nel senso che i governanti sono scelti di volta in volta dall’Onnipotente e nemmeno nel senso che le loro decisioni sono secondo il volere divino, ma, molto più essenzialmente, nel senso che Dio vuole che esistano strutture istituzionali, in quanto necessarie all’ordinata convivenza degli uomini.

In questo modo Gesù annuncia che il regno di Dio non è realizzabile in pienezza in terra e che un tentativo di schierarsi dalla parte dell’utopia in terra equivarrebbe alla più grande delle ingiustizie e delle prevaricazioni, come la storia dei totalitarismi di destra e di sinistra ha dimostrato nel secolo precedente. La politica è il luogo delle mediazioni possibili, ma necessarie. I farisei e gli erodiani interrogano Gesù sul tributo, ma non mettono minimamente in questione l’utilizzo di quelle monete che proprio l’imperatore ha coniato, con la propria iscrizione ed immagine, e senza le quali non sarebbe loro possibile alcuno scambio economico.

Ma è la finale della risposta a creare la sorpresa più significativa: «Ma date a Dio quel che è di Dio». Ancora una volta Gesù senza il Padre sarebbe incomprensibile. Sempre a Lui egli riconduce i suoi ascoltatori. Essi, con grande disinvoltura – ed, in fondo, a ragione – fanno uso delle monete di Cesare, riconoscendo di fatto che senza qualcuno che governi non si può vivere. E, di fatto, essi danno a Cesare ciò che è suo. Avviene lo stesso con Dio? Essi lo riconoscono come uno che deve essere preso in considerazione, come colui che è Signore delle cose sue?

I farisei e gli erodiani hanno dinanzi a sé non solo le monete con le immagini dell’imperatore, ma hanno soprattutto il Figlio che porta l’immagine del Padre. Cosa faranno di lui? Cosa faranno di colui che appartiene come cosa propria a Dio stesso? Una esigenza diversa da quella politica si manifesta qui: quella di riconoscere Dio ed il suo inviato come tali. Dio è Signore ben più importante di Cesare, eppure di Cesare accettano la presenza, di Dio rifiutano il Figlio!

Non solo il Cristo stesso, ma anche l’uomo è segnato dall’immagine divina, come già Israele aveva da sempre saputo. Quell’immagine che segna la differenza fra l’uomo e l’animale, quell’icona visibile dell’invisibile che dice la possibilità dell’uomo di essere relazione libera con i suoi simili e con Dio stesso: “a immagine di Dio li creò”.

Ecco il limite della politica ed ecco anche il suo fine. Essa non fonda i diritti dell’uomo, ma deve ad essi inchinarsi e servirli. Il suo compito è quello di riconoscerli e creare le condizioni perché siano concretamente praticabili. Essi hanno origine dall’uomo stesso e dalla sua origine divina.

È in vista di questo servizio che il potere ha la sua necessità ed il suo senso nella storia umana. Di quell’immagine non si può fare “negozio”, perché non può essere comprata o venduta, perché non appartiene al novero delle cose materiali ed economiche: essa è, invece, senza prezzo, è di un valore inestimabile, è cosa di Dio stesso. È la dignità inalienabile dell’uomo che Gesù fa apparire.


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE

di Gigi Avanti


Esiste una falsità ancor più irritante di quella delle bugie, delle mezze verità, delle versioni menzognere degli eventi ed è quella dei sentimenti.
Questa falsità dei sentimenti è chiamata “ipocrisia”ed è bollato come “ipocrita” chi gioca con i sentimenti, chi a parole dice una cosa ma nel cuore ha ben altro…
Il termine “ipocrisia” nella etimologia della lingua greca significa “simulazione” e il termine “ipocrita” vuol dire “attore”. Si è quindi “ipocriti” quando si recita una parte, quando si esprime cioè un sentimento che non trova riscontro nel profondo del cuore. Quanta “ipocrisia” infatti c’è in tante espressioni formali di uso corrente, come ad esempio… “è stato un vero piacere” e quanta in certi comportamenti, come ad esempio quando si ammanta con un gelido sorriso esteriore una bruciante invidia interiore!
A livello soltanto psicologico l’ipocrita vive, spesso inconsapevolmente, una profonda lacerazione interiore che a lungo andare mina la relazione con le persone fino distruggerla.

Nel brano del vangelo di oggi che spesso, e magari anche opportunamente, viene interpretato come richiamo ai doveri del cittadino (e del credente), c’è un doppio livello di messaggio da poter cogliere. Il primo livello è proprio quello della richiesta fatta a Gesù dai farisei sulla liceità o meno di “pagare il tributo a Cesare”. E su questa richiesta Gesù se la sbriga (dopo aver voluto vedere concretamente la moneta in uso allora) con la sua conosciutissima magistrale risposta “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” ricordando che ci sono “doveri” (e non solo diritti) da onorare come “cittadini di uno stato” e “doveri” (e non solo diritti) da rispettare come “cittadini della terra”, doveri di cittadini e doveri di creature..
Ma prima ancora di arrivare a questa disarmante indicazione di comportamento etico in senso lato, egli si situa ad un livello più profondo, quello del cuore,  per cercare di snidare il sentimento “ipocrita” che vi alberga. E lo fa con il suo incalzante domandare, anziché con un frettoloso rispondere…Questa usanza di rispondere ad una domanda ponendo un’altra domanda è tipica della cultura ebraica ed è ricorrente nei dialoghi di Gesù. Si racconta infatti in proposito che una volta fu proprio chiesto ad un ebreo come mai fosse usanza presso gli ebrei di rispondere ad una domanda ponendo un’altra domanda. E l’ebreo rispose: “E perché no?”
Così fa Gesù. Alla domanda “ipocrita”, che sembrava cioè di “curiosità” socio-politica ma era ben altro, Gesù risponde chiedendo: “Ipocriti, perché mi tentate?
Con questa domanda che va dritta al livello del cuore Egli smaschera l’ipocrisia. E’ come se avesse detto loro: “Non siete curiosi di sapere la mia opinione sulle tasse da pagare, non siete “curiosi” di sapere da che parte sto, ma siete “maliziosi”, “tentatori”. Con tale risposta-domanda Gesù apre la strada ai farisei per una eventuale conversione del cuore.
Ecco cosa può accadere nel lasciarsi incontrare da Gesù, può accadere di riuscire in un attimo a liberare il cuore da quanto lo appesantisce perché contrario all’amore.
All’uomo “mascherato” non resta altra via di salvezza se non quella di riconoscere la maschera senza troppo vergognarsi. “Riconosci la tua tenebra ed essa svanirà” dice il saggio.
Non accade però ai farisei di approfittare di questa “offerta” di Gesù. Rimangono sì stupiti dalla sua risposta, ma non vanno oltre. Anziché percorrere la nuova strada di un rapporto autentico con Gesù (lo stupore è sovente l’aurora della fede) preferiscono fare retromarcia con le pive nel sacco e con la coda tra le gambe.
Il vangelo non  riferisce come ci rimase Gesù vedendo questo “allontanamento”, ma c’è da giurare che ci rimase male. E sarà proprio questa “passione” sotterranea del suo cuore a portarlo alla croce issata sulla terra del Calvario. Ed è proprio questo il picco più alto di sofferenza che “patisce” lo stesso Dio, quello di assistere impotente di fronte al non lasciarsi amare da parte della sua creatura preferita. Così come scrive il poeta-psicoterapeuta Gigi Cortesi nel suo libro “Preghiere di un laico”: “Quando l’uomo non si lascia amare anche Dio conosce l’impotenza.” (www.ilmiolibro.it).

A questo porta l’ipocrisia, a far soffrire Dio nel modo più bruciante…laddove invece la resa alla Verità porta alla Sua (e nostra) gioia più intensa.

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