PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE

di Gigi Avanti


Da piccolo, non avendo nonni a portata di mano (quelli paterni erano già morti, quelli materni erano lontani e la nonna era pure inferma…) ed essendo mio papà lontano da casa per via della guerra, le storie me le raccontava mia mamma.
Non mi ricordo se le capivo o meno, ma percepivo vagamente che attraverso quei racconti veri o di fantasia, avrei dovuto apprendere l’arte di vivere. Arte che faticavo a mettere in connessione con quanto suggeriva la storia , come ad esempio nel caso della storia di santa Genoveffa che veniva nutrita con un tozzo di pane secco portatole da un corvo nero… Oppure come nel caso della storia di Cappuccetto Rosso che faticavo a credere femmina per via del copricapo declinato al maschile, del bosco che non capivo cosa fosse non essendoci ancora i cartoni animati a farmelo immaginare, della nonna che non riuscivo ad immaginare non avendola a portata di mano… per non dire del lupo di cui al paese dove abitavo esisteva una strada dal nome spaventevole per noi bambini, “via cantalupo” appunto, da evitare assolutamente di andarci, sia in concreto che nella fantasia…
Insomma, un bel pasticcio e una vera difficoltà imparare a vivere per via di storie e racconti… ma la faccenda divenne via via più facile (“tutto è difficile prima di essere facile” ammonisce un vecchio adagio) mano a mano che mi imbattevo nelle parabole del vangelo. E fu proprio grazie ad esse che, curiosamente e misteriosamente, iniziarono a piacermi e ad affascinarmi altre storie, metafore, allegorie, paradossi, enigmi… fino al punto da considerare la vita medesima una sorta di misteriosa ed immensa metafora.
                                                                
I simpatici paradossi di Gesù…

Andando dritti al vangelo di oggi, è quasi divertente notare con quale gusto Gesù nasconda nelle sue parabole il fascino del mistero… e lo nasconda  soprattutto ai saputoni. Sembra quasi divertirsi a velare e a vestire con delicato pudore la sconvolgente e disarmante nudità della  verità del Regno dei cieli. Sembra  quasi provar gusto a voler ubriacare la mente con il forte spirito del paradosso.
Paradosso che  si nota subito nel divertente contrasto della descrizione del Regno dei cieli fatta con spunti e riferimenti strettamente legati alla terra
Forse, e senza forse, per insinuare l’idea della possibilità e convenienza di poter vivere sulla terra come se fosse già il cielo, di non aspettare cioè a vivere bene quando non ci saranno più problemi esistenziali… Idea anche psicologicamente corretta e spiritualmente senza alternativa…
Come a dire che chi ha intuito essere il Regno dei cieli la realtà suprema cui riferirsi nel proprio pensare ed operare quotidiano deve poterne trarre le dovute conseguenze e cioè riconoscere che gli atteggiamenti di vita da Regno dei cieli trovano tranquillamente posto e collocazione già nel “qui ed ora” del vivere quotidiano sulla terra.
Altrimenti, che senso avrebbe la perentoria affermazione di Gesù: “Il Regno dei cieli è in mezzo a voi”, e più ancora: “Cercate innanzitutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”?

Bando a collere, paure e tristezze…

Vivere da Regno dei cieli sulla terra comporta quindi di derivare dalla fede tutta una serie di atteggiamenti interiori virtuosi che ci contraddistinguono e che siano in grado di contenere e di rintuzzare gli inevitabili attacchi di collera e rabbia contro il male (compresa anche la zizzania che viene da dentro il nostro cuore), di paura per l’apparente non senso o piccolezza del nostro darci da fare (tutti i semi sono piccoli… compreso quello di senape), di mestizia o dolore  per il non riconoscimento del nostro operare, per una approvazione che non arriva mai, per un applauso che ci farebbe aprire le piume  del pavone e chiudere però con il Regno di Dio (Dio vede nel segreto e applaude alla fine … per il lavoro di lievito che ci ha concesso di fare).
Vivere da Regno dei cieli sulla terra comporta quindi pazienza infinita nei rapporti interpersonali (e non intransigenza di giudizio, condanna astiosa del male altrui…) fiducia sorridente nel Dio che ci fatto con i nostri talenti e limiti e sa bene come mai (e non sospirosa lamentazione per l’altrui, e propria, pochezza), tenacia poderosa contro lo scoramento per un riconoscimento che non arriva o peggio per una derisione che arriva puntuale a umiliare la nostra inutilità…
Vivere da Regno dei cieli equivale concretamente a vivere sulla terra come se fosse il paradiso, mettendo proprio tutto nelle mani di Dio, lasciandosi proprio andare a fare soltanto la sua volontà , che appunto perché santa faciliterebbe anche a  noi, per contagio paradossale, la santificazione
La quale santificazione sembra proprio passare per questa coordinate: non  prendersela troppo contro il male (zizzania), non immusonirsi per la piccolezza o marginalità del proprio posto nel grande quadro del Regno di Dio (piccole seme di senape), né tantomeno farsi il sangue acido di risentimenti per l’invisibilità del proprio operare (lievito).


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE

di Andrea Lonardo


* «Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania”. Ed egli rispose...». Il testo evangelico continua a mostrare come le parabole non sono state raccontate da Gesù per venire incontro ai semplici, per essere più comprensibile utilizzando il linguaggio di tutti i giorni. Esse al contrario richiedono spiegazioni e gli stessi apostoli le debbono approfondire.

La parabola della zizzania, come già quella del seminatore, richiedono che si faccia un passo avanti per venire ad un contatto più diretto con Gesù. A lui bisogna chiedere del significato delle parabole. Ed è questa la via per diventare discepoli del Signore: stare vicino a lui e chiedergli. Tanti ascoltano e si allontanano, senza che le parabole siano diventate per loro l’occasione per stare con il Signore. Questo è il motivo per il quale Gesù parla in parabole. Egli è la presenza di Dio, è il regno ormai vicino, ma l’uomo deve rispondere con la sua libertà a questa venuta.

Per accostarci alla comprensione dell’intero linguaggio parabolico, prima ancora che al significato di una singola parabola, è possibile fare riferimento anche all’esperienza rabbinica antica ed all’esperienza quotidiana della vita. I rabbini dei primi secoli affermavano a ragione che non sarà mai un buon discepolo colui che non ha domande, colui che, avendo ascoltato il suo rabbi, il suo maestro, non ha desiderio di approfondire ciò che è stato detto, non ha domande da rivolgergli per capire meglio. E aggiungevano che non sarà mai un buon discepolo anche colui che vuole imparare, ma non ha al contempo il desiderio di insegnare ad altri ciò che ha appreso della via di Dio.

Anche la nostra vita è costellata di domande. Ci accorgiamo subito, però, che tante domande che ascoltiamo vengono fatte solo da chi vuole mettersi in mostra. Domandare è così un modo di apparire. In una classe scolastica i compagni sanno riconoscere l’alunno che interviene continuamente solo per farsi notare e, da buoni compagni, lo deridono. Esistono poi domande fatte solo per l’imbarazzo del silenzio che si crea. Ad esempio, in ascensore od in autobus si può chiedere come sta la persona che si è incontrata, che tempo farà, dove si trascorrerà l’estate; ma queste domande sono un ‘pour parler’, non nascono da un reale interesse per la questione che viene posta.

Ben diversa è la domanda che nasce dall’aver riconosciuto che si è alla presenza di un maestro e si intuisce che proprio quella persona potrà rispondere a ciò che ci sta veramente a cuore. È questo che avvertono i discepoli: essi domandano, perché hanno compreso che Gesù è l’unico che può rispondere. Quante volte anche nella nostra vita sentiamo l’importanza di un uomo di Dio che ci porta al cuore di un problema. E restiamo poi a meditare le parole che ci ha detto, per capirle ancora meglio.

Proprio il tempo benedetto delle vacanze estive può essere vissuto come un momento caratterizzato dal tornare a riflettere sul passaggio del Signore nella nostra vita durante l’anno trascorso e quello che incomincerà, sulle parole che ci ha rivolto in tanti modi; l’estate è un’occasione per far emergere la sua chiamata e, in una disponibilità maggiore di tempo, per tornare a chiedergli in una preghiera, in una passeggiata nel silenzio, in una lettura, in una confessione, in un incontro con un sacerdote: «Maestro spiegaci...». È questo che farà sì che le vacanze diventino veramente ricreazione, cioè nuova creazione, pausa per riprendere poi con maggior convinzione l’impegno della vita.

* La parabola della zizzania pone la grande domanda sull’origine del male e, conseguentemente, del giusto atteggiamento da assumere in sua presenza. «Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò»: Gesù indica come il male non sia un evento naturale, da attribuire all’ordine delle cose così come Dio le ha create. È il suo nemico, invece, che ne è all’origine. C’è qualcuno che, dove Dio semina il bene, pone in essere il suo contrario. Torna qui in mente la straordinaria riflessione sul male dell’allora giovane professore Joseph Ratzinger che chiamava il maligno ‘la persona nella forma della non persona’. È il nemico ed è persona, proprio perché ce l’ha con la singola persona, perché attenta al bene che viene fatto da Dio e dai suoi figli, ma è ‘nella forma della non persona’ perché l’essenza dell’essere persona consiste nelle relazioni d’amore, mentre il maligno è colui che non vuole bene a nessuno, è colui che cerca tutti, ma senza amare alcuno di coloro che insegue.

L’inimicizia del male è detta non per spaventare l’uomo, ma anzi per incoraggiarlo. Il male è triste e non può produrre quei frutti desiderati che invece provengono dal buon seme. E la mietitura avrà certamente luogo, perché l’opera di Dio non può essere distrutta dal suo nemico. Tutta la fiducia e la speranza del cristiano non sono motivate dall’assenza del male, poiché anzi la fede è ben consapevole dell’esistenza dell’inimicizia e della sua origine. Piuttosto questo sguardo carico di attesa benevola verso il futuro deriva dalla certezza della presenza e dell’opera di Dio che ha posto il buon seme in terra: il frutto non potrà mancare.

Solo l’utopia viene rigettata dalla parabola. L’invito al realismo è stupefacente: non è possibile la piena realizzazione del bene in terra, è illusoria ogni attesa che sia sradicato ogni male. Che lezione contro ogni integralismo e fanatismo! Ogni tentativo di realizzare pienamente il regno di Dio in terra porta a tagliar via la vita insieme al male. Il regno è presente non nei progetti utopici, ma, ben più realmente e realisticamente, in quel seme che comincia a fruttificare. Ne scaturisce il sospetto che la chiesa ha sempre avuto per ogni progetto totalitario, da qualunque parte venga, che si presenta come la “nuova era” che finalmente porterà bene al mondo, estirpando il male.

*La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, è solo uno dei tanti brani che in quello stesso libro annunziano la pazienza di Dio. L’ultimo scritto dell’Antico Testamento si domanda perché ci siano state dieci piaghe d’Egitto e risponde affermando che ciò è stato voluto da Dio per dare tempo agli Egiziani di riflettere e pentirsi per essere perdonati. L’autore si rivolge direttamente a Dio dicendogli: «Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato» (Sap 11, 24) ed ancora: «Hai reso i tuoi figli pieni di una dolce speranza, perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di perdono» (Sap 12, 19).

Il fatto che Dio non si scagli con tutta la sua potenza contro il male dipende dalla sua indulgenza, dalla sua mitezza (Sap 12, 18), che lascia esistere colui che compie il male, senza annientarlo, per dargli modo di pentirsi.

Viene in mente la risposta che la seconda lettera di Pietro offre a quei beffardi che si burlano dai cristiani affermando che niente è cambiato nel mondo con la venuta di Cristo, perché il male continua a persistere: «Dio usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2 Pt 3, 9).

* Quando i discepoli si trovano soli con il maestro in casa a domandare sulla parabola, la dimensione cristologica è ancora più esplicitata. Il buon seme è stato seminato dal Figlio dell’uomo, non direttamente dal Padre. Quel Figlio è l’inviato che discende dal Padre per la sua semina. E alla fine del mondo sarà lo stesso Figlio dell’uomo a mandare i suoi angeli, quegli angeli che gli appartengono e sono i suoi servitori, per la mietitura ed il giudizio. L’annunzio del regno e la predicazione della chiesa su Gesù annunciano con parole diverse la stessa realtà, la presenza reale di Cristo e la sua efficacia nel mondo.

Il regno di Dio non è semplicemente annunziato come l’evento che accadrà un domani, ma come la realtà presente nell’opera di Cristo. Il Cristo è parte essenziale dell’annunzio che porta al mondo e non ne è semplicemente il banditore. È questo il motivo della grande fiducia, pur nell’impossibilità presente di estirpare il male. Dio non è semplicemente esistente in un cielo distante dalla terra ed incapace di operare nel mondo, ma è vivente nella carne del Figlio dell’uomo che compie la sua semina che non potrà mancare di una abbondanza sconfinata di frutti. Le due parabole del granello di senapa e del lievito spalancano il cuore alla grande speranza che coglie il valore di ogni piccolo gesto compiuto nella prospettiva del vangelo ed affidato alla sua grazia.

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