PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE

di Gigi Avanti


Quando qualcuno ci vuole mettere all’angolo (o in mutande, come si suol dire) premeditatamente con domande o ragionamenti tendenziosi, in genere lo scopriamo subito e ci allertiamo alla difesa. Perché avviene questo? Semplicemente perché l’interesse di quel qualcuno non è rivolto sinceramente a trovare risposta ai suoi quesiti, ma a colpire la persona a cui si era rivolto. Lo scopo che questo qualcuno intende raggiungere non è tanto quello di venire a capo di una questione, ma quello di mettere alle corde l’interlocutore per magari vederlo sconfitto… che è poi la dinamica di ogni litigio. Anziché sulla questione, l’attenzione è rivolta contro la persona.

Anziché affrontare la questione, si affronta la persona, con il risultato della irritazione reciproca dei due interlocutori e della questione non risolta. 

Nel brano del vangelo di oggi, invece, accade esattamente il contrario: la questione è risolta e i due interlocutori (Gesù e i Sadducei) risultano soddisfatti.

Va subito precisato comunque che Gesù, in questa circostanza, non vuole certo insegnare l’arte di non litigare (anche se qualche dritta sulla correttezza del dialogo e del confronto dialettico si potrebbe ricavare).

Egli intende semplicemente affermare uno dei capisaldi della sua dottrina, la verità inconfutabile dell’esistenza della vita oltre la vita. Verità che i Sadducei negavano imbastendo un ragionamento curioso: se l’aldilà esiste, come la mettiamo con la situazione di una donna che ha avuto in questa vita, in successione, sette mariti? Di chi sarà la moglie nell’aldilà?

Gesù non si mette a disquisire, a precisare con distinguo e sofismi, ma colloca la risposta ad un livello superiore. Si sposta dal livello della ipotesi, della teoria a quello della pratica, della realtà. Anche in filosofia si afferma che “contra factum non valet argumentum” (di fronte alla realtà non tengono le chiacchiere).

E il fatto è il Dio dei viventi (di Abramo, Isacco, di Giacobbe… che quindi sono attualmente vivi).

Come dire che se Dio esiste (e questo i Sadducei lo riconoscevano) esiste la vita senza soluzione di continuità, quindi la vita oltre la vita. La distinzione tra al di qua e aldilà deriva dalla dimensione creaturale del tempo-spazio, che come tale fa parte anch’essa del mistero del Dio Creatore del    mondo.

Dio non è un guardiano di cimiteri, ancorché chiamati camposanti, ma un Dio dei viventi. Il brano del vangelo conclude poi che i Sadducei non osarono più replicare.

Davanti alla verità in persona c’è poco da replicare, non rimane che la possibilità di un silenzio assorto e stupito…

 

Il medesimo silenzio che adotterà di lì a poco Gesù in risposta alla domanda processuale di Pilato “QUID EST VERITAS” (che cos’è la verità). Silenzio… perché la risposta sta nella verità della sua Persona lì presente. Qualcuno ha scoperto infatti che anagrammando la domanda in lingua latina QUID EST VERITAS si ricava la risposta seguente EST VIR QUI ADEST (è l’uomo che è qui presente).

Il passaggio è ancora una volta dal piano teorico del “quid” (della cosa, dell’opinione) a quello reale e pratico del “qui” (della persona, della verità).

Ce n’è a sufficienza per l’uomo moderno così attaccato alle proprie idee-opinioni, da mettere in secondo piano le persone, e così innamorato della propria opinione da prenderla per verità.

Questo aforisma potrebbe farlo riflettere. “La verità era uno specchio che, cadendo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi riflessa la propria immagine, credette di possedere l’intera verità” (Rumì, grande mistico musulmano).

Guardare in faccia la verità è una curiosa espressione che lascia intendere che la Verità possa essere proprio una Persona. Sarà per questo che i Sadducei rimasero spiazzati dalla risposta e così attoniti davanti alla Persona Vera per eccellenza?

E non sarà che l’uomo moderno, ubriacato da finzioni e immagini, nutrito di opinioni e magari di pregiudizi, non abbia più il coraggio o la capacità di guardare in faccia la VERITA’?


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE

di Andrea Lonardo


“Essendo figli della resurrezione, sono figli di Dio”; ricevono la vita nella resurrezione, per questo è evidente che sono figli di Dio. Gesù mostra il nesso indissolubile della fede nella resurrezione con la fede in Dio stesso. Le verità di fede non sono come i sillogismi di un sistema filosofico, ma nemmeno come enunciazioni disarticolate.

La tradizione cristiana ha chiamato articoli della fede le diverse affermazioni del Credo, con un esplicito riferimento alle articolazioni di un organismo vivente. Il braccio è articolato al mio corpo, ha una connessione intrinseca al corpo, gli appartiene. Come ha scritto splendidamente H.U von Balthasar (Il Credo, Jaca Book, Milano, p.31): 

“Ogni molteplicità proviene da qualcosa di semplice. Le molte membra dell’uomo, da un uovo fecondato. Le dodici enunciazioni del credo apostolico, anzitutto da queste tre domande particolari: Credi in Dio Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo? Ma anche queste tre formule sono espressione – ed è Gesù a fornircene la prova – del fatto che l’unico Dio è, nella sua essenza, amore e donazione... Queste tre “vie di accesso” a loro volta si diramano in dodici “articoli” (“articulus” indica in latino la giuntura che tiene unite fra loro le membra). La nostra fede non si affida mai a delle frasi, ma ad un’unica realtà che si dispiega davanti a noi: una realtà che è al tempo stesso la verità più alta e la più profonda salvezza”.  

Gesù riconduce tutto al Padre suo, che è Dio dei vivi e non dei morti. Comprendiamo ancora una volta come al cuore della persona di Gesù stia il primato di Dio. Quale che sia il tema sul quale è interrogato, quale che sia la situazione di vita incontrata, il Cristo rinvia al Padre suo. Dio è il Dio che da la vita, è il Dio amante della vita. La Scrittura ha bisogno di essere interpretata ed è il Figlio che ne fa l’esegesi. E’ lui ha svelarne il significato più profondo. Essa parla in lui e attraverso di lui manifesta tutta la sua ricchezza. Il Cristo è il Signore della Scrittura, è la Parola di Dio che interpreta le Parole di Dio.

Ed ancora una volta egli spiega. Annuncia con una chiarezza nuova che la vita viene da Dio: “tutti vivono per lui”. Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, come Mosè ha intuito, dinanzi al roveto ardente. Chi ha chiamato alla vita i grandi patriarchi? Chi ha dato loro la vita? Di chi sono stati figli? Perché vivere vuol dire sempre essere stati chiamati alla vita da Dio, poiché nessuno può darsi la vita da solo e mai lo potrà. I sette fratelli maccabei gridano allo stesso modo la loro testimonianza: “Da Dio ho queste membra!”.

Non è innanzitutto per paura della morte che la chiesa “aspetta la vita eterna”. Essa la aspetta innanzitutto perché ha imparato da Gesù che la vita nasce da Dio, che il vivere è da lui offerto e donato. La chiesa ha compreso che Dio non potrà essere assente nel momento della nostra morte, perché egli è all’origine della nostra nascita come di quella di ogni nuovo bambino. I genitori novelli esprimono questa consapevolezza quando, raccontando del parto appena avvenuto, esclamano: “Come è possibile che questa creatura l’abbia fatto io?”. Intuiscono, sia pure confusamente, che il loro piccolo viene dall’opera stessa di Dio, dal suo cuore e non solo dall’amore che si sono scambiati l’uomo e la donna. Nasce attraverso di loro, ma non solo a motivo loro.

Colui che ha voluto Abramo, Isacco, Giacobbe, i nostri bambini, noi stessi, non può averci generato per la morte. Non ci avrebbe chiamati a nascere per dover poi soffrire la nostra eterna scomparsa. E’ il Dio dei viventi, non dei figli morti. Si manifesta qui il carattere dialogale della concezione cristiana della vita, della resurrezione e dell’anima stessa. L’uomo nasce come essere in relazione con Dio. La libertà dell’uomo si desta quando Dio la chiama ad esistere. Così l’eternità non è semplicemente una qualità intrinseca dell’anima, ma un atto libero e desiderato da Dio. Essere eterni, perché fatti risorgere da Dio, dice che l’eternità non è qualcosa che ci appartiene, ma qualcosa che ci è donato personalmente e liberamente; è una eternità di comunione, dove tutto è sempre ricevuto.

Come scrisse in Introduzione al cristianesimo l’allora prof. Joseph Ratzinger: “Si tratta d'una immortalità ‘dialogica’ (risurrezione, richiamo alla vita!); è quanto a dire che l’immortalità non fluisce semplicemente dall’ovvia facoltà del non-poter-morire, da cui è caratterizzato quest’essere indivisibile [che è l’uomo fatto di anima e corpo], ma scaturisce invece dall’azione salvifica di colui che ci ama ed ha il potere di compiere anche questo: l’uomo non può sparire totalmente, perché è conosciuto ed amato da Dio. Se ogni amore anela all'eternità, l’amore di Dio non solo la brama, ma la realizza e la impersona”.

E’ per un di più d’amore, non per la fine dell’amore, allora, che i figli della resurrezione non prendono più moglie, né marito. La risposta di Gesù che annuncia come nella vita eterna non sussista più quell’opposizione insolubile in terra si radica nella pienezza di amore che è possibile nella comunione con Dio.

Alcuni autori hanno sottolineato come, invece, venga fatta balenare talvolta ai nostri occhi l’idea di una immortalità/discendenza corrotta, quella della fama. Sarà l’essere famoso che darà l’illusione di una eternità. L’eternità della memoria, sostituirebbe così l’immortalità della vita e dell’amore! Essere ricordato, poter scrivere il proprio nome in modo che sia indelebile: un barbaro camuffamento del nostro bisogno di immortalità.

La legge del levirato che viene utilizzata come argomento nell’interrogazione dei sadducei era il tentativo veterotestamentario di consolare la perdita della persona umana, relativizzandola dinanzi alla possibilità di una discendenza. La donna doveva dare un figlio alla famiglia del marito, perché non era concepibile che la vita si arrestasse senza la generazione di un nuovo bambino che avrebbe continuato il nome del padre. Se il marito moriva senza che la donna gli avesse partorito un bambino, era obbligo dei parenti –in questo caso dei fratelli– di sposarla di nuovo perché nascesse finalmente quel figlio che avrebbe continuato l’esistenza della famiglia.

Pur nella contestualizzazione storica del levirato oggi inaccettabile, quanto c’è da meditare in questo amore alla vita, dove una generazione sa che la propria vita non ha alcun senso se non ne deriva un dono per la generazione nuova che nascerà! La difficoltà di sposarsi e di diventare genitori dovuta a fattori sociali ed economici può diventare terribile scelta ‘spirituale’ di non curarsi della generazione che seguirà, di non chiamare nessuno a vivere, di non avere alcuna passione per coloro che altri hanno chiamato a vivere. Proprio il celibato e la verginità cristiana hanno portato con sé il dono della paternità e maternità spirituali, la comprensione che non si è genitori ed educatori solo dei figli che la propria carne ha concepito, ma anche della nuova generazione che è stata chiamata alla vita e che è affidata alla trasmissione dei valori di tutto un popolo. Tutto questo si oppone a quell’atteggiamento che vede la vita solo fino al limite della propria vecchiaia e della propria morte, dove non si pensa al mondo che si lascerà a chi verrà dopo di noi perché non si ha cura che ci sia qualcuno erede della tradizione che ci ha generato.

Per vivere bisogna che la vita degli altri ci sia più cara della nostra! Amare la vita dei figli più della propria costituisce la possibilità del dono di sé. Così i sette figli maccabei arrivano ad accogliere il martirio (è il primo martirio raccontato dalla Scrittura, insieme a quello del vecchio Eleazaro) per dare testimonianza della fede in Dio, perché altri possano confidare nel Dio della salvezza. La vita del popolo ebraico e l’amore di Dio sono loro più cari della stessa vita.

Ma più si ama, più si desidera l’eternità dell’altro. Pirandello nella sua famosa Lettera alla madre si domandava, senza poter rispondere, se la madre appena morta potesse amarlo ancora. Se lei non era morta nel cuore dello scrittore siciliano, poiché mai egli avrebbe potuto dimenticarla, era lui ad essere morto nel cuore di lei, perché lei dal nulla in cui era caduta non poteva più volergli bene.

Gabriel Marcel, invece, scriveva come, a motivo della fede, si vive sotto la benedizione vivente di coloro che sono morti e che nel cielo attendono la resurrezione ed il nuovo incontro con noi, che siamo i loro cari:

Dopo la morte dei miei genitori ho scoperto una cosa: ciò che noi chiamiamo sopravvivere è in realtà un sottovivere. Ed ecco che coloro che non abbiamo smesso di amare con la parte migliore di noi diventano come una volta palpitante, invisibile, ma presentita e anche sfiorata, sotto la quale avanziamo sempre più piegati, più sottratti a noi stessi, verso l'istante in cui tutto sarà inghiottito dall'amore... Amare un essere significa dirgli: «Tu non morirai». Penso di poter dire che coloro che non sono più di questo mondo, ma popolano il mio cuore, si presentano a me, sempre più distintamente, se non come degli intercessori, almeno come dei mediatori, in modo che il rincontrarsi al quale aspiro con tutto il mio essere non può avere senso che nella luce di Cristo”.

L’eucarestia che celebriamo è da sempre il farmaco dell’immortalità, il pane della vita eterna. Il sacramento è indisgiungibile dalla fede, perché esso ci annunzia il Cristo risorto vivente qui, ora, primizia di tutti coloro che sono morti e che moriranno per la vita eterna, per essere figli della resurrezione, perché figli di Dio.

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