COMMENTO ALLE LETTURE

a cura di Gigi Avanti


* Nella vita succede abbastanza di frequente di crearci dei problemi a causa dei troppi ragionamenti della nostra mente. E i ragionamenti della nostra mente prendono sempre spunto e stimolo da come osserviamo la realtà: se l’osservazione della realtà, di una situazione o di una persona avviene in modo superficiale ne scaturirà un ragionamento della stressa natura. C’è infatti un proverbio paradossale che ammonisce: “Non credere a tutto quello che vedi”.
Se a questa osservazione della realtà si aggiunge poi, come condimento, uno stato emotivo piuttosto che un altro, il risultato finale potrebbe essere ancora più disastroso in termini di obiettività del ragionamento.
Un conto è infatti ragionare con un sottofondo emotivo di arroganza e presunzione (evidenziato spesso dal tono di voce e dal ricorso a espressione del tipo “beato lei”, “ma si rende conto di quello che dice”) e un altro è farlo con umiltà e rispetto per l’interlocutore (“posso anche sbagliarmi, ma a me sembra così”).
Sta di fatto che spesso quello che si crede essere un “ragionamento”, è in realtà un vero e proprio sentenziare, o peggio, giudicare situazioni e persone. Ed è proprio così che nascono conflitti e aggressività, litigi, incomprensioni e sofferenze nei rapporti interpersonali.

* Il brano del vangelo di oggi offre molti spunti al riguardo (come del resto sempre la Parola di Dio a riguardo della vita), ma tra i tanti mi piace evidenziarne uno che fa al caso nostro. Tanto più che la capacità di Gesù di snidare con il suo stile paradossale l’anima nera del ragionamento dei “suoi” (il giudizio frettoloso sulle persone non facenti parte del loro gruppo e, più in profondità, una visione ristretta di Dio) costituisce, in tutto il vangelo, una sorta di filo rosso che lega insieme tanti altri suoi detti e che sarebbe un peccato trascurare.
Ma prima di evidenziare l’espressione paradossale di Gesù che sbriciola in un battibaleno il ragionamento dei “ suoi” circa la incompatibilità da loro ravvisata tra le opere buone operate dal alcuni e la loro non appartenenza al gruppo dei “prescelti”, mi piace riportare questa massima di Machiavelli. “Troppo ragionamento e poca osservazione conducono all’errore, poco ragionamento e molta osservazione portano alla verità”.

* E veniamo al brano del vangelo. Il ragionamento degli apostoli (“abbiamo visto uno che non ci segue il quale cacciava i demoni in nome tuo e noi glielo abbiamo proibito perché non viene con noi”) fila liscio come l’olio, ma sottende l’anima nera del giudizio sommario negativo sulle persone e rivela anche una visione ristretta dello stesso Dio (non si scordi che “Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo”).
La secca risposta di Gesù “Chi non è contro di noi è con noi” lascia di stucco i suoi. Con tale risposta Gesù non intende certo svalutare o misconoscere i “carismi” propri dei suoi prescelti, ma ammonisce e mette in guardia contro la tentazione di ritenerli, tali carismi, presuntuosamente, una sorta di privilegio esclusivo. Inoltre, con le sue precisazioni, scoraggia una visione di Dio a misura dei propri gusti e delle proprie simpatie ed infine stigmatizza l’anima nera di ogni peccato che, da sempre, è l’invidia (tra l’altro, essendo Dio Padre di tutti, lo è paradossalmente anche per coloro che non lo riconoscono come tale anche se, a loro insaputa, si comportano comunque da figli).

* Le altre colorite espressioni (“se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo”, “se la tua mano ti scandalizza, tagliala”, che ovviamente non vanno prese alla lettera altrimenti avremmo un paradiso pieni di menomati notevoli!) vogliono colpire l’atteggiamento interiore negativo da cui scaturisce poi il giudizio sugli altri, quello appunto di guardare addosso agli altri per scrutarli, per passarli al setaccio, per trovare in essi qualcosa che non va.
Queste espressioni vogliono far dirottare su se stessi l’atteggiamento osservativo (è il medesimo discorso della pagliuzza intravista nell’occhio del fratello a fronte della trave non vista nel proprio). E’ come se dicesse ai suoi: “Guardate in casa vostra e pensate piuttosto a non essere voi motivo di scandalo e di turbamento spirituale con il vostro operato”.
Ed infine: “Ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una macina d’asino e lo si getti nel mare!”
Espressione durissima che alza di botto il livello del confronto tra Gesù e i suoi. E’ bello e salutare essere “maltrattati” così da Gesù e andarsene con la coda fra le gambe e le pive nel sacco! Ma chi crediamo di essere!


COMMENTO ALLE LETTURE

a cura di
Andrea Lonardo


* “Non era dei nostri”. E’ Giovanni, il discepolo prediletto, ad identificare troppo facilmente quelli che lui conosce personalmente come gli unici discepoli di Gesù. Proprio la parola “familiare” utilizzata ad indicare uno stile ecclesiale può sottolineare un duplice, antitetico atteggiamento. Possono far parte della famiglia a pieno titolo solo coloro di cui conosco bene il sangue o la parentela o l’amicizia; e allora la familiarità può addirittura essere un ostacolo all’avvicinarsi gli uni agli altri e tutti al Cristo.
Oppure la familiarità può indicare quel clima sereno, aperto ed accogliente nato dal riconoscere l’unica paternità divina. E’ l’inaudito annuncio cristiano: “Voi non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef2,19)!

* Così, nella prima lettura, è Giosuè, del quale si sottolinea che “dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè”, a voler impedire la profezia di Eldad e Medad. A volte la Scrittura sottolinea che sono i più anziani, quelli che hanno camminato di più, quelli che hanno accumulato più esperienze e conoscenze, che si frappongono come un ostacolo a che altri possano arrivare al Signore. Altre volte, come nel caso dell’adultera perdonata, nel vangelo di Giovanni – proprio nelle parole di quello stesso Giovanni che viene rimproverato nel vangelo odierno e che ne ha fatta di strada da quel primo momento! - sono invece i più giovani ad opporre resistenza, mentre i più adulti, forse più consapevoli del peccato, rinunciano ad accusare per primi, dinanzi alla parola di Gesù “Chi è senza peccato scagli la pietra”, mentre i più giovani sono più restii: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi” (Gv8,9).

* Certo è che solo una visione profondamente teologica libera l’uomo da queste ristrettezze. E’ nel nome di Gesù che quell'uomo ha scacciato un demòne. E’ il Signore che ha allontanato il male ed ha dato spazio al bene; ed è il Signore ancora che si è servito proprio di quell’uomo per dare la sua guarigione. E’ il Signore all’opera nel bene. E qui esplicitamente il bene è compiuto nel suo nome, in quel santo nome che è il nome “cristiano”.

* Ecco allora che amare il Signore vuol dire avere un cuore “cattolico”. Riconoscere il bene che il Cristo opera attraverso tutti i suoi. E riconoscerlo come proprio. Come scriveva l’allora cardinal Ratzinger: “Nell’eucarestia non posso in alcun modo voler comunicare esclusivamente con Gesù. Egli si è dato un corpo. Chi comunica con lui comunica necessariamente con tutti i fratelli e le sorelle che sono divenuti membra dell’unico corpo. Tale è la portata del mistero di Cristo, che la communio include anche la dimensione della cattolicità. O è cattolica o non è affatto”.

* La Chiesa non è innanzitutto locale, a misura d’uomo, nel senso di esperibile come piccola comunità dove tutti si conoscono e sono conosciuti e solo poi, come necessità malaugurata da accettare, organismo più grande, organizzazione impersonale. La Chiesa è innanzitutto una, riconoscibile e sperimentabile come mistero che unisce tutti i salvati, i battezzati, al di là della possibilità di chiamare per nome tutti coloro che ne fanno parte. Per grazia mi è poi dato, anche - talvolta o di frequente - di sperimentare la vicinanza anche conosciuta amicalmente dei fratelli in Cristo. Ma questa non è la norma dell’esperienza ecclesiale. E dove anche lo fosse, essa sarebbe incessantemente chiamata a misurarsi con l’universalità.

* La comunione ecclesiale è comunione “nel nome di Cristo”, così differente da quella sintonia psicologica che unisce – e poi può dividere – persone che da lungo tempo si frequentano e si conoscono. La prova del nove che possiamo ulteriormente indicare è data dalla comunione della “tradizione”. La nostra comunione non è solo con la generazione presente. E’ anche con le generazioni che ci hanno preceduto, che ci hanno trasmesso la fede. Ed è comunione con i santi del cielo. Dall’eternità in cui già vivono essi ora invocano una comunione sempre più piena per noi. I santi, i capaci di piena beatitudine, sono testimoni di questa ecclesìa. Il cristiano deve – ed è grazia questa realtà – vivere una comunione di fede con tutte le generazioni che lo hanno preceduto. La nostra fede è la stessa fede dei Padri, la stessa dei credenti medioevali, la stessa dell’uomo rinascimentale o barocco, la stessa delle generazioni degli ultimi secoli. E’ la stessa fede o non è affatto fede!

* L’esistenza nell’architettura medioevale della cripta indica questa verticalità della comunione ecclesiale. Noi celebriamo la stessa eucarestia che hanno celebrato coloro che ci hanno preceduto. Ogni altare consacrato custodisce almeno una reliquia ad indicare che la nostra eucarestia non è diversa da quella che la “tradizione” ci ha consegnato. Noi siamo in comunione con essa. Ed i santi sulle cui reliquie celebriamo sono al di sopra di noi, rappresentati dalle teorie di santi, martiri, vergini, che tante chiese conservano e, viventi, nella liturgia del cielo celebrano con noi le lodi della Trinità.

* Il numero di 70 che ci è ricordato da Numeri ci riporta alla tavola dei popoli di Genesi ed ai 72 discepoli del Signore, come al compimento della Pentecoste con il dono dello Spirito di Cristo a tutti. Lo sguardo non può non volgersi all’intero numero di coloro che il Signore è venuto a salvare. Il Papa ricordava a Ratisbona come sia errato anche lo spirito di una radicale dis-ellenizzazione del cristianesimo, che concepisca come antitetici ragione e fede, spirito greco e spirito biblico. Proprio la traduzione in greco della Bibbia ebraica, la Bibbia dei Settanta – di nuovo la leggenda torna al numero di 70 per indicare i 70 maestri che, richiesti di tradurre la Bibbia in greco, avrebbero miracolosamente ottenuto 70 identiche traduzioni, a riprova divina della bontà del progetto di passare dall’ebraico al greco per una maggiore diffusione della parola stessa di Dio – è un opera ebraica e non pagana, frutto di quell’incontro fra la rivelazione divina e la ragione greca che già, per la provvidenza divina, fecondava il pensiero prima della venuta di Cristo. E tutto già indicava l’orizzonte universale della manifestazione di Dio stesso.

* Questo porta a sconfiggere quella gelosia che vorrebbe legarci esclusivamente ad alcuni e che esigerebbe che qualcuno fosse legato esclusivamente a noi. “Sei tu geloso per me? – risponde Mosè a Giosuè – magari fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”.

* Insieme questo porta a camminare con più leggerezza, sapendo valorizzare ogni disponibilità a servire il Signore, senza voler accentrare tutto in noi. Il brano di Numeri richiama il capitolo dell’Esodo nel quale è Ietro, suocero di Mosè, ad accorgersi che Mosè non resiste più a voler risolvere da solo tutte le questioni del popolo ed il popolo, in più, si estenua nelle attese per potergli parlare, facendo lunghe file di attesa. Da qui il consiglio di scegliere capi di migliaia, di centinaia, di cinquantine e di decine, per suddividere il lavoro (Es18,13ss.). Nel brano di Numeri è invece Dio stesso ad intervenire di fronte alla fatica di Mosè che domanda: “L’ho forse concepito io questo popolo, l’ho forse messo al mondo io? Io non posso da solo portare il peso di tutto il popolo” (Nm11,10ss.).

* La Regola di S.Benedetto, dopo aver esortato i monaci ad obbedire all’abate si rivolge poi, però, anche a lui affermando, al cap.64: “Non sia turbolento e ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così non avrebbe mai pace; negli stessi ordini sia previdente e riflessivo e, tanto se il suo comando riguarda il campo spirituale, quanto se si riferisce a un interesse temporale, proceda con discernimento e moderazione, tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe, che diceva: ‘Se affaticherò troppo i miei greggi, moriranno tutti in un giorno’. Seguendo questo e altri esempi di quella discrezione che è la madre di tutte le virtù, disponga ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza scoraggiare i deboli”.

* Ecco che lo scandalo – l’inciampo, nel suo significato etimologico – non è più dato da qualcosa di meramente esterno a noi. Non è più secondo la logica del capro espiatorio che proietta su di una vittima predesignata ogni male come se noi ne fossimo esenti. E’ l’uomo stesso, invece, a poter scandalizzare un “piccolo che crede”. E’ il cuore dell’uomo che può chiudersi all’attenzione di colui che non ha una fede da grande, non ha una fede ancora matura, non ha una fede come quella di Giovanni l’evangelista e di Giosuè, che ha servito fin da piccolo.

* La Chiesa ha sempre rifiutato una fede elitaria, riservata solo ad un ristretto gregge di puri, distinti dalla cieca massa, disprezzante chi non avesse manifestato assoluta coerenza. Ai donatisti, che non volevano riammettere nella chiesa i lapsi, coloro che avevano consegnato le Sacre Scritture al momento della persecuzione, Agostino rispondeva: “Le nuvole tuonano che la casa del Signore sarà edificata su tutta la terra e queste rane se ne stanno sedute ai bordi dei loro stagni e gracidano: Noi siamo i soli cristiani”.

* Questo non elimina la serietà della lotta con il male che, dal peccato originale in poi, come annunciava il vangelo di alcune domenica fa, abita nel nostro cuore, mentre tutto ciò che è esterno non ha la stessa importanza – “Gesù dichiarava così mondi tutti i cibi” (Mc7,19), straordinaria libertà del cristiano, al quale, unico tra tutti gli uomini religiosi, è dato di gustare di ogni cibo e bevanda esistente sulla terra, a lode del Creatore.

* Bisogna eliminare ciò che è di scandalo, ciò che rallenta o inciampa il cammino. Ci è di nuovo d’aiuto la lettura spirituale della Scrittura. La Chiesa ha sempre negato una lettura letterale di questi versetti. Origene – proprio lui, il maestro dell’esegesi allegorica – che volle vivere alla lettera questo passo, “sine glossa”, non è stato canonizzato anche per questo, pur restando, per altri aspetti della sua testimonianza e ricerca teologica, maestro delle generazioni cristiane. Le varie membra (mano, piede, occhio) indicate dal Signore, rimandano all’esigenza di una vita che prenda sul serio il faticoso ed insieme gioioso cammino della rinuncia, come fonte di rinnovata libertà nel seguire il Signore. La Chiesa annuncia che libertà non è il rifiuto di legami, di responsabilità, ma la libertà della verità dell’amore, dove nessun legaccio può impedire la serietà della chiamata del Signore a seguirlo e ad amare i fratelli, tutti i fratelli che il Signore ci affida. E’ per questa responsabilità, per questo legame di amore che il cristiano diviene libero, di una libertà interiore che sceglie di servire e che non si lascia comprare da niente, da nessuna paura, da nessuna gelosia, da nessun calcolo di interesse di tipo economico o di altro tipo.

* Il richiamo del Papa alla libertà religiosa – e la consapevolezza dell’esistenza della libertà fino al martirio che tanti cristiani debbono testimoniare nel mondo – indica il rifiuto di vedere tutto nella logica dell’economia, del petrolio, dello scontro di interesse, rifiutando la prospettiva marxista che riduce tutto a conflitto economico come l’unica struttura reale esistente nel mondo. La Chiesa indica, invece, la libertà della verità dell’amore. La libertà non è il più alto dei valori – è chiaramente sottoposta alla charitas, all’amore, a ciò “ciò che non avrà mai fine, insieme alla fede ed alla speranza” (1Cor13) – ma l’amore senza libertà non è possibile. Come non è possibile forzare ad amare una persona, perché solo da un cuore libero può nascere l’amore, così, in maniera ancora più reale, solo un Dio che chieda la libertà dell’uomo, potrà essere amato. L’amore richiama continuamente alla libertà. Per questo amore, possiamo tagliare “tutto ciò che ci è di scandalo”, che ci impedisce di correre nella sequela del Signore e nel servizio dei fratelli.

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