Riflessioni sulle Letture della Liturgia
17 marzo 2002
Quinta Domenica di Quaresima - A

di Gigi Avanti

 

Ci sono dei momenti nella vita in cui capita di pensare: "non c'è via d'uscita", "ormai è finita", "è proprio una situazione disperata".

Sono i momenti in cui si tocca il fondo della propria impotenza perché si avverte di subire, da parte del destino, quasi un "alto là", "fermati", "oltre non puoi andare", "o ti rassegni o è peggio".

Tra questi momenti c'è quello dell'esperienza di morte. Ed è proprio in questo momento che si gioca talvolta la partita tra disperazione e speranza. È proprio in questo momento che l'anima vive il travaglio tra il credere alle apparenze o andare oltre. È in questo momento che l'anima viene fortemente tentata di buttare alle ortiche la speranza.

Ma è giustappunto una tentazione quella di lasciarsi ingannare dalle apparenze, da quanto si constata a prima vista e di imboccare frettolosamente la via della disperazione; è la tentazione dell'accidia spirituale che lusinga con quel suo ipnotico "non c'è più niente da fare".

E invece no. C'è qualcosa da fare. C'è da "sperare". È curioso riflettere su questo termine. Nella lingua latina, etimologicamente parlando, "sperare" viene definito "guardare un oggetto in controluce" (una carta, una stoffa...) per poter vedere dentro, oltre, per scorgerne la filigrana. .. Per superare la barriera delle apparenze. ..

Questo "sperare" avviene a una condizione (tale è il messaggio del Vangelo di oggi): a condizione che l'anima non resti sola a crogiolarsi nella tiepida melma del dolore, ma cerchi Gesù.

Lo sperare non è frutto di complicati metabolismi psico-emotivi o di autoconvincimenti forzosi, bensì è un dono, una grazia, una "virtù" di cui fare esplicitamente richiesta.

Nel brano del Vangelo è curioso anche notare come sul versante delle "apparenze" Gesù compia dei gesti in qualche modo legati al dolore e alla disperazione (si commuove profondamente, si turba, scoppia in pianto) e parimenti usi delle espressioni in qualche modo paradossali e quasi svalutative di tale disperazione, quasi come a dire "non date retta a quel che vedete", "non è successo niente"...; infatti parla addirittura di "contentezza": "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù andiamo da lui", "questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio".

Quel Dio che per bocca del profeta Ezechiele (37, 12-14) infonde una speranza agli israeliti esiliati, depressi e disperati all'inizio del sesto secolo avanti Cristo (prima lettura).

Quel Dio al quale non piacciono coloro che vivono secondo la carne (cioè secondo le apparenze, le culture, in superficie), ma coloro che vivono secondo lo spirito (cioè sulle coordinate della verità sostanziale e globale) come sostiene San Paolo (seconda lettura: Rm 8, 8-11).

Quel Dio con il quale quasi quasi Gesù si scusa per averlo scomodato a concedergli il "miracolo" della risurrezione di Lazzaro, quasi a soli scopi didattici, per insegnare cioè "a chi" chiedere di "sperare"... Straordinariamente delicata questa orazione di un Figlio al Padre: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato".

Mi piace sottolineare quel "per la gente che mi sta attorno... Perché credano che tu mi hai mandato"... Stare "vicino" a Gesù è la condizione spirituale unica per passare da disperazione a speranza, per riconoscere nel tessuto sottile della nostra impotenza la filigrana della potenza di Dio.

L'Eucaristia rende talmente facile tutto ciò da sbaragliare e sbriciolare le scuse o le riserve della pigrizia della propria anima.

Soprattutto in questo tempo di quaresima dove occorre decidersi alla conversione, con solerzia e senza tentennamenti. Non si può saltare da una sponda all'altra di un fosso a piccoli passi. Non si può, in presenza di Gesù, uscirsene con "speriamo che sia proprio così".

Sarebbe indelicato per Lui e anche gravemente offensivo per il Padre che ce lo ha mandato... Senza dire dello Spirito che rimarrebbe fortemente deluso.