IL TRAPIANTO DI RENE

 

 

 

 

"La donazione degli organi è un atto nobile e meritorio". Così Papa Francesco, (citando il catechismo, n. 2296),

ha salutato le associazioni presenti in piazza San Pietro con il Centro Nazionale Trapianti in occasione

della  XX “Giornata Nazionale su Donazione e Trapianto di Organi, Tessuti e cellule” il 28 maggio 2017.


 

 

 

 

Voglio riprendere ad occuparmi di donazione e trapianti di organi, focalizzando l’attenzione sul trapianto di rene perché su questo versante la situazione nel nostro paese è particolarmente grave: “…il tempo di attesa medio per un trapianto è di 3 anni. In Italia vi sono attualmente oltre 55.000 persone in trattamento dialitico, e il costo annuale di questo trattamento è per il SSN di 2.4 Miliardi. Di questi 55.000 pazienti dializzati, secondo i dati 2017 del Centro Nazionale Trapianti, solo 6.492 sono in lista d’attesa per un trapianto di rene e solo 2.244 pazienti dializzati, tra quelli in lista, hanno potuto ricevere un trapianto di rene nel 2017”. Questo sostiene il Prof. Franco Citterio – Presidente della Fondazione Italiana Promozione Trapianti d’Organo (FIPTO) – e i dati denunciati fanno accapponare la pelle. Poi aggiunge: “Poiché il trapianto di rene fa vivere più a lungo e con una miglior qualità di vita un paziente con insufficienza renale terminale, costando inoltre molto meno rispetto alla dialisi, è curioso che negli ultimi 10 anni poco si sia fatto per migliorare questa situazione”. Allora, stando così le cose, è ancora più difficile darsi una spiegazione logica del perché in Italia il numero di trapianti effettuati annualmente sia macroscopicamente insufficiente rispetto alla necessità e sensibilmente inferiore anche a quelli che si eseguono in paesi europei con una popolazione paragonabile alla nostra, come la Gran Bretagna. Non vogliamo pensare che ci sia una qualche convenienza economica delle strutture che effettuano le dialisi. Ma comunque la prova provata di questa arretratezza è senz’altro culturale. Manca nella gente la conoscenza esatta di come stanno le cose nel trapianto di rene dal punto di vista medico-chirurgico per la donazione da vivente; e manca nelle Istituzioni, o quantomeno è molto carente, l’organizzazione del processo di donazione e prelievo d’organi da donatore deceduto.

Forse a questo punto è opportuno chiarire al lettore il perché l’argomento donazione e trapianto d’organi mi appassioni talmente per spingermi a dedicare una buona parte del mio tempo a sostenere e divulgare gli obiettivi della Fondazione FIPTO Onlus.

Il 6 dicembre dello scorso anno mia figlia Laura, malata di una grave disfunzione cronica renale, dopo anni di dialisi, finalmente è riuscita ad avere trapiantato un rene da donatore vivente. Da allora è tornata a vivere! Tanto bello è stato l’evento che merita raccontarlo. Qualche anno prima del trapianto, durante il periodo drammatico della dialisi, tutta la famiglia – nella forma allargata ad affini e acquisiti – si era sottoposta alle analisi per il controllo della compatibilità per fare la donazione di un proprio rene, ma nessuno risultò compatibile. Laura e il marito Paolo  si iscrissero allora in una lista per il cross over che, fortunatamente, ebbe il suo epilogo positivo il 6 dicembre 2017. Paolo ha ceduto un suo rene ad un signore, la cui moglie lo ha ceduto a Laura. Nel mio articolo “DONARE E’ SEMPRE CARITA’ CRISTIANA” pubblicato su questo sito nell’aprile di quest’anno, la parte evidenziata in neretto si riferisce proprio all’operazione di cui sono stati attori Paolo e Laura operati all’Ospedale Spallanzani (Santo Spirito) e l’altra coppia (che vuole rimanere anonima) operati al Policlinico Gemelli, entrambi ospedali di Roma.

Bene affermò papa Benedetto XVI nel discorso ai partecipanti al Congresso internazionale "Un dono per la vita, considerazioni sulla donazione di organi" promosso dalla Pontificia Accademia per la vita del 7 novembre 2008 sul significato della donazione e del trapianto: “… Del valore di questo gesto dovrebbe essere ben cosciente il ricevente; egli è destinatario di un dono che va oltre il beneficio terapeutico. Ciò che riceve, infatti, prima ancora di un organo è una testimonianza di amore che deve suscitare una risposta altrettanto generosa, così da incrementare la cultura del dono e della gratuità…". Infatti deve essere proprio il ricevente dell’organo trapiantato a farsi partecipe delle azioni atte ad incrementare la cultura della donazione e del trapianto. Così sta facendo mia figlia Laura aderendo attivamente alla Fondazione FIPTO. E un suo importante atto è stato quello di rendere pubblico il suo trapianto fornendo la propria testimonianza diretta, al Progetto del Corriere della Sera “Malattia come opportunità” con un suo articolo pubblicato domenica 12 agosto scorso. Ritengo utile riportare qui di seguito alcune parti importanti dell’articolo. Potrebbero essere utili a qualcuno che soffre in questo periodo le pene della dialisi per capire come se ne può uscire facilmente con un semplice atto d’amore di un proprio familiare, amico o addirittura solo un’anima buona (un samaritano).

“Malattia come opportunità: Non dimenticherò mai il giorno in cui sono rinata: il gesto d’amore infinito di due persone mi ha permesso di ricevere un rene nuovo

La mia malattia è stata – o forse è – un lungo viaggio che ha attraversato buona parte della mia vita. Un lungo viaggio durato oltre 10 anni, nel quale sono stata sempre e costantemente accompagnata dalla mia famiglia che non mi ha mai lasciata sola. Un viaggio fatto di tappe, di percorsi, di resilienza e di sorrisi, di scoperte e di terapie, e di una malattia subdola, silenziosa, ramificata dentro di me da sempre, una di quelle che vengono definite «malattie croniche» che piano piano ha provato a rubarmi pezzetti, sempre più ampi, di vita. Un viaggio fatto di una lunga battaglia per la vita, per una vita normale, che ho combattuto e combatto ancora supportata per fortuna da tanto amore: la mia famiglia, le persone speciali che mi amano e non mi hanno mai abbandonata; gli angeli, gli infermieri, i medici, gli altri malati che ho incontrato lungo questo viaggio nei posti più incredibili e mi hanno teso la loro mano stringendo la mia, e talvolta hanno raccolto anche le mie lacrime. Dicono di me che sono una combattente. Forse è vero ma è altrettanto vero che le battaglie non si combatto e soprattutto non si vincono mai da soli. E diciamo la verità: anche i combattenti più coraggiosi devono fare incontri con le paure più profonde, spesso piangono e talvolta urlano dalla rabbia. …

Il giorno nel quale sono rinata, grazie al trapianto, e al gesto d’amore infinito di mio marito Paolo e di una coppia a me ignota, non lo dimenticherò più.  La bellezza è questo. È un dono incondizionato di vita, nel mio caso un rene, che si è realizzato grazie alla determinazione e la volontà di due soggetti sconosciuti tra loro: mio marito e la mia donatrice. Tecnicamente si chiama «cross over». Risultato: hanno donato la vita a me e ad un secondo ricevente. Non va di moda oggi parlare di amore profondo e incondizionato in questo mondo moderno. Ma questo lo è. Come non va di moda parlare d’imperfezione in una società che mette sotto i riflettori la perfezione. La malattia per molti è imperfezione, lo sono i tubi fissi che ci impiantano nel corpo per consentirci di tenerci in vita e purificare il nostro sangue, il nostro corpo, il nostro cervello. La cicatrice che mio marito porta con orgoglio sul suo fianco destro per molti è imperfezione; per me è l’immagine più vera del suo amore; ogni volta che i miei occhi si posano su di essa non possono che riempiersi di lacrime. Questo impulso di generosità che è stato passato al vaglio da giudici e psicologi, ma nessuno può davvero sapere che cosa spinga un essere umano, nel pieno possesso delle sue facoltà, a fare il bene incondizionato. Qui sta la meraviglia: più ancora che nel privarsi di un pezzo non essenziale, ma comunque rilevante, del proprio corpo per regalarlo a uno sconosciuto, per salvare anche la persona che sia ama e con la quale si sta condividendo una malattia usurante. Il tutto nel silenzio e nel riserbo. I gesti sono contagiosi più delle parole ha scritto qualcuno. Forse perché, a differenza delle parole, non parlano alla pancia delle persone ma direttamente al cuore. E aggiungo che questo gesto di amore dobbiamo imparare a riceverlo e a proteggerlo e questa è la responsabilità più grande che ora sento. Il 6 dicembre 2017. Il giorno di San Nicola è stato il giorno del mio trapianto. E anche questo ha un senso profondo per me. Sono rinata grazie anche alla ricerca scientifica, alla perseveranza, alla tenacia e alla professionalità dei medici che mi hanno seguito e alle mani «magiche» che hanno rinnestato la vita nel mio addome e nel mio corpo cosi consumato.

Ricordo perfettamente quando la sera del 6 dicembre ho aperto gli occhi in terapia intensiva. La prima domanda: mio marito come sta? La seconda domanda: come sta l’altra coppia? La terza quasi sussurrata: funziona? Furono tutte risposte positive e il miracolo prendeva vita… I miei figli mi ripetevano costantemente «mamma ce la facciamo». …

Ogni tanto guardo le mie cicatrici che segnano la mappa geografica della mia malattia, e continuamente mi incanto mettendo la mano sempre li, sul fianco destro, dove pulsa e lavora il mio nuovo rene come volessi proteggerlo con questo gesto. Questo racconto è una piccolissima parte del mio taccuino di viaggio nel quale continuo ad appuntare oggi la mia vita post trapianto. Solo il destino traccerà la strada, la mia strada.  Spero possa rappresentare una testimonianza di positività a tutte le persone che vivono situazioni simili in modo da restituire un pezzettino del bene che ho ricevuto in questi lunghi 10 anni…

Laura Di Raimondo

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute”

 

Gian Paolo Di Raimondo

1 settembre 2018