OPERATORI DELLA CARITA’

 

 

 


 

 

I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza.
La chiesa trasale davanti a questo grido d'angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello
(Paolo VI)

Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita,
il Vangelo ci chiama, ci chiede, ad essere ‘prossimi’ dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio, pazienza!…”
(Papa Francesco)

Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti.
Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire
a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire.
(Zygmunt Bauman)

 

 

 

La Carità con la C maiuscola rappresenta l’amore di Dio per l’umanità e che, come tale, coinvolge tutti gli uomini ad amarsi fra loro. Gesù disse: “amatevi come io vi ho amato”. Quindi non è cristiano amare Dio senza amare il prossimo. E’ questo l’imperativo che ci deve guidare nella vita di tutti i giorni e deve essere il mantra che identifica lo svolgimento di azioni dei cristiani. Noi Cattolici abbiamo un organismo che è espressione della seconda e più difficile prescrizione della nostra Fede, l’amore per il prossimo. La Caritas è l’organismo pastorale che ha il compito di animare, coordinare e promuovere la testimonianza della carità nelle parrocchie soprattutto con una funzione pedagogica. Di questo voglio scrivere. Ma è bene premettere che la carità cristiana deriva dall’insegnamento di Gesù fatto attraverso la parabola del “buon samaritano”.

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10.29-37).

In pratica Gesù ha ribaltato il concetto di “prossimo” dell’antico Testamento, definendo “prossimo” non più chi ti sta vicino, i tuoi amici, i tuoi conterranei, ma sei tu che ti devi fare “prossimo” di tutti coloro che soffrono e che hanno bisogno di aiuto. Solo con quest’ottica della nostra fede cristiana possiamo affrontare il dramma delle migrazioni che stiamo vivendo e fare una seria riflessione sull’intera questione. Non è cambiato nulla da quando tanti anni fa Paolo VI lanciava quell’angosciato appello sopra riportato. Anzi, la situazione è notevolmente peggiorata. Intere popolazioni non hanno altra soluzione se non quella di lasciare la terra dove sono nate perché non ci riescono più vivere e migrare in altri paesi con la speranza di trovare situazioni migliori per sé e per la famiglia. Evitare di morire a causa delle guerre come a causa della fame è un imperativo comune. Non vedo molta differenza tra le due morti come alcuni politici che oggi hanno il maggior consenso popolare. Dei profughi che scappano dalle guerre ce ne dobbiamo occupare perché ce lo impongono i trattati internazionali in atto. Ma ciò non toglie che della gente che scappa dalla propria terra perché diventata invivibile per i cambiamenti climatici e ambientali o perché depauperata dallo sfruttamento dei paesi ricchi dobbiamo disinteressarcene. Mi pare che, dal punto di vista evangelico, sono anch’essi nostri fratelli. Purtroppo enormi zone dell’Africa soffrono dell’espansione della desertificazione, dell’abbassamento delle falde acquifere, dell’innalzamento dei mari, delle tempeste devastanti; senza parlare poi dell’inquinamento portato dai popoli cosiddetti civili come rifiuti tossici e radioattivi. E infine, alcuni paesi hanno dovuto anche subire l’asportazione, tuttora in corso, delle enormi ricchezze di materie prime senza adeguato compenso.

Tutta l’Africa è a rischio sopravvivenza: in questo momento la desertificazione è in avanzamento praticamente ovunque. Il deserto del Sahara, per esempio, si sta espandendo in ogni direzione. Avanzando verso nord, schiaccia le popolazioni di Marocco, Tunisia e Algeria contro la costa del Mediterraneo. La regione africana del Sahel – la vasta fascia di savana che separa il Sahara meridionale dalle foreste pluviali dell’Africa centrale – si sta ritirando, man mano che il deserto avanza verso sud. Così come il deserto che invade la Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa, dal nord contadini e pastori vengono spinti verso sud, schiacciati in un area sempre più ridotta di terra produttiva. Intanto della ricchezza della Nigeria, il petrolio e le altre materie prime, ne fanno man bassa i paesi ricchi. A tutto ciò, la parte dell’umanità che gode del benessere, non può stare a guardare senza intervenire. L’ONU che fa? Non doveva avere il ruolo di cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani? Il diritto alla vita non è il primo da salvaguardare in tutto il mondo? Non è più possibile accettare che il mondo sia diviso tra una parte che gode della dote del benessere e una parte che sopravvive a stento alla morte.

Accennavo all’inizio alla Caritas che, operando con impegno in tutto il mondo, può aiutare con l’esempio l’intera comunità cattolica ad amare il prossimo in termini evangelici. Infatti, la Caritas s’impegna ad organizzare e coordinare interventi d’emergenza in caso di gravi calamità e, soprattutto, promuove iniziative di sviluppo umano e sociale nei paesi del Terzo Mondo. Ovunque i suoi “operatori della Carità” entrano in relazione con le persone in stato di bisogno mediante l’effettiva presa in carico delle loro necessità.

E’ tanto, ma credo non possa essere sufficiente per alleviare le pene dell’enorme massa di bisognosi che popolano alcuni Continenti.

Allora ecco che interviene la seconda parte dello Statuto della Caritas, la parte su cui era diventato promotore Paolo VI, quella di diffondere la cultura della solidarietà, in pratica la sua attività preminente, quella pedagogica. Così la missione della Caritas più importante e soprattutto più redditizia in termini di ottenimento dei risultati tangibili, diventa quella di educare le comunità cattoliche perché l’amore preferenziale per i poveri, l’esigenza intrinseca del Vangelo, sia un criterio di discernimento pastorale per tutta la vita dell’intera Chiesa. Infatti, così i destinatari dell’azione della Caritas ad ogni livello diventano Poveri, Chiesa, Mondo. Solo con la sua azione pedagogica e culturale, si può ottenere, o quantomeno tentare di ottenere, un nuovo mondo che, applicando il Vangelo, difenda i diritti inviolabili di ogni persona e i valori di cittadinanza universale.

Solo se si metterà in moto l’intero universo cattolico forse riusciremo a smuovere la politica internazionale per far sì che finalmente svolga il suo compito rivolto al benessere dell’intera umanità vista come una sola famiglia umana che si ama vicendevolmente.

Questo ci ha insegnato Gesù Cristo e questo dovremmo fare: “amarci come Lui ci ha amato”.

 

Consiglio a coloro che non l’avessero ancora letto il libro di Zygmunt Bauman ristampato qualche giorno fa a cura de “La libertà delle idee” del Corriere della Sara. Di seguito riporto la descrizione del libro dell’Editore Laterza:

È dall'inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi è stato scatenato un vero e proprio attacco di 'panico morale', il timore che un qualche male minacci il benessere della società. Quei nomadi - non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente - ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere. Dovremmo soffermarci e intendere le parole di papa Francesco: "Cancelliamo ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c'è nel mondo, in noi, e chiediamoci: chi ha pianto? chi ha pianto oggi nel mondo?".

 

Gian Paolo Di Raimondo – Agosto 2018