LUMEN FIDEI

 

 

 

 

 

 

 

 

“Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46).

Lumen fidei è la prima enciclica di papa Bergoglio datata 29 giugno 2013, festa dei Santi Pietro e Paolo: un’opera scritta a quattro mani rielaborando un testo che Joseph Ratzinger aveva preparato per completare il ciclo delle sue encicliche sulle virtù teologali, iniziato con Deus caritas est e proseguito con Spe salvi. Il teologo e il pastore in questo caso insieme hanno prodotto qualcosa di eccezionale che unisce la ricchezza dottrinale dell’uno al calore comunicativo dell’altro. La luce della fede deve essere riscoperta – dice l’enciclica – è necessario e urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono di perdere il loro vigore. Perché una luce così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio.

Alcuni sostengono che la novità di un “magistero a due” sia fonte di confusione, l’enciclica Lumen fidei non fa che confermare che nei Papi che si susseguono – come sostiene Vittorio Messori riportando anche il pensiero di papa Bergoglio – le diversità di carattere, di cultura, di storie personali possono essere interessanti ma alla fine sono irrilevanti perché il ruolo del Vescovo di Roma, “ieri oggi, domani”, è quello di Maestro e di Custode di un “depositum fidei” che non è suo ma che gli è stato affidato; che può meglio comprendere e approfondire ma non mutare neppure di uno jota. Dunque, la prima enciclica scritta da due papi non è che la conferma di questa verità, spesso dimenticata anche da credenti (magari storici) che enfatizzano le differenze tra i vari pontefici. Può differire lo stile o l’attenzione per certi temi, ma non certo il contenuto, quando un Pontefice riannuncia la verità del Vangelo.
In questo caso il contributo del papa emerito è senz’altro lo schema di pensiero e alcune espressioni stilistiche, mentre quello di papa Francesco – secondo il sociologo delle religioni Massimo Introvigne – la riconferma della sua tesi preferita, cioè che la fede ci libera dall’autoreferenzialità, per cui parliamo sempre solo a noi stessi anziché “uscire” a parlare con gli altri. Infatti, il punto focale della Lumen fidei è un richiamo ai fondamentali, all’essenzialità e lo spirito evangelici. La fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Con questo approccio l’enciclica è rivolta anche ai non credenti in ricerca: Chi si mette in cammino per praticare il bene si avvicina già a Dio, è già sorretto dal suo aiuto.
Essa, nelle novanta pagine dense di citazioni di Nietzsche (classico riferimento del pensiero contemporaneo in Ratzinger) e Dostoevskij (lo scrittore più amato da Bergoglio), pone al centro il nesso tra verità e amore e insiste sull’idea che la fede non “irrigidisce” ma al contrario ci mette in cammino e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti. Alle riflessioni teologiche seguono quelle sulla fede nella società, la sua dimensione pubblica: Proprio grazie alla sua connessione con l’amore, la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. Perché la fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Anzi: Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura. La fede è insomma un bene per tutti, un bene comune. Nella modernità si è cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. Però abbiamo compreso che questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere.
Da qui scaturisce, secondo l’enciclica, il riferimento alla famiglia, il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini. E quando si dice famiglia, scrive il Papa: Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita. I due riferimenti dell’enciclica: il nesso tra verità e amore (Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore) e il concetto che l’amore umano scaturisce da quello divino (eros e agape), mi spinge a fare una breve, ma necessaria, digressione per ricordare il più bel canto all’amore rappresentato dalla prima enciclica di Benedetto XVI, la Deus caritas est.
Così papa Ratzinger spiegava il motivo per cui aveva scelto il tema dell’amore per la sua prima enciclica partendo dall’enunciazione della novità che supera ogni ricerca umana. La novità che solo Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l’intero essere umano. L’eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale. E’ amore che ha creato l’uomo e si china verso di lui, come si è chinato il Buon Samaritano verso l’uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico. La parola amore oggi è così sciupata, così consumata e abusata che quasi si teme di lasciarla affiorare sulla proprie labbra. Eppure è una parola primordiale, espressione della realtà primordiale; noi non possiamo semplicemente abbandonarla, ma dobbiamo riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché possa illuminare la nostra vita e portarla sulla retta via. E’ stata questa consapevolezza che mi ha indotto a scegliere l’amore come tema della mia prima enciclica.
Ecco come Benedetto XVI spiega, poi, come ha analizzato la natura dell’amore nella sua enciclica.
Dapprima occorreva trattare dell'essenza dell'amore come si presenta a noi nella luce della testimonianza biblica. Partendo dall'immagine cristiana di Dio, bisognava mostrare come l'uomo è creato per amare e come questo amore, che inizialmente appare soprattutto come eros tra uomo e donna, deve poi interiormente trasformarsi in agape, in dono di sé all'altro – e ciò proprio per rispondere alla vera natura dell'eros. Su questa base si doveva poi chiarire che l'essenza dell'amore di Dio e del prossimo descritto nella Bibbia è il centro dell'esistenza cristiana, è il frutto della fede.
Successivamente, però, in una seconda parte bisognava evidenziare che l'atto totalmente personale dell'agape non può mai restare una cosa solamente individuale, ma che deve invece diventare anche un atto essenziale della Chiesa come comunità: abbisogna cioè anche della forma istituzionale che s'esprime nell'agire comunitario della Chiesa.


Per concludere sull’argomento agape/eros che devono essere intesi come un tutt’uno, mi piace riportare parte di una predica di Quaresima di Raniero Cantalamessa che, per giungere a spiegare il concetto cristiano delle due facce dell’amore, si rifà ad un esempio musicale. In musica esiste una distinzione che ci può aiutare a farci un’idea: quella tra il jazz caldo e il jazz freddo. Ho letto da qualche parte questa caratterizzazione dei due generi, anche se so che non è l’unica possibile. Il jazz caldo (hot) è il jazz appassionato, ardente, espressivo fatto di slanci, di sentimenti e quindi di impennate e di improvvisazioni originali. Il jazz freddo (cool) è quello che si ha quando si passa al professionismo: i sentimenti diventano ripetitivi, all’estro si sostituisce la tecnica, alla spontaneità il virtuosismo. Stando a questa distinzione l’agape senza eros ci appare un “amore freddo”, un amare “con la cima dei capelli”, senza partecipazione di tutto l’essere, più per imposizione della volontà che per intimo slancio del cuore. Un calarsi dentro uno stampo precostituito, anziché crearsene uno proprio irripetibile, come irripetibile è ogni essere umano davanti a Dio. Gli atti di amore rivolti a Dio somigliano a quelli di certi innamorati sprovveduti che scrivono all’amata lettere copiate da un prontuario. Se l’amore mondano è un corpo senz’anima, l’amore religioso così praticato è un’anima senza corpo. L’essere umano non è un angelo, cioè un puro spirito; è un’anima e corpo sostanzialmente uniti: tutto quello che fa, compreso amare, deve riflettere questa sua struttura. Se la componente legata al tempo e alla corporeità, viene sistematicamente negata o repressa, l’esito sarà duplice: o si tira avanti stancamente, per senso del dovere, per difesa della propria immagine, oppure si cercano compensazioni più o meno lecite, fino ai dolorosissimi casi che stanno affliggendo la Chiesa. Al fondo di molte deviazioni morali di anime consacrate, non lo si può ignorare, c’è una distorta e contorta concezione dell’amore.
Non vedo proprio cosa si possa ancora aggiungere a questa chiara spiegazione sull’amore nelle due versioni agape/eros. Ogni parola in più sarebbe una banale ripetizione. Accettabile, per chiudere, può essere solo la citazione di apertura dell’enciclica Deus caritas est relativa alla Prima Lettera di Giovanni (1 Gv 4,16) “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. 

 

Gian Paolo Di Raimondo

gianpaolo.diraimondo@fastwebnet.it

Roma, 1° agosto 2013

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