A 50 ANNI DAL CONCILIO VATICANO II …

 

 

 

 

 

 

Ho avuto il privilegio, per la mia età, di vivere il Concilio Vaticano II abbastanza da vicino, nel 1962, quando la mia azienda - l’Olivetti Bull - meccanizzò le votazioni conciliari, ma non avrei mai immaginato che quell’evento sarebbe diventato per la Chiesa una vera e propria rivoluzione. Oggi, che si celebra il suo cinquantenario, mi rendo conto quanto sia stata appropriata la considerazione che Giovanni Paolo II fece sul Concilio: «resta l'avvenimento fondamentale della vita della Chiesa contemporanea; fondamentale per l'approfondimento delle ricchezze affidatele da Cristo; fondamentale per il contatto fecondo con il mondo contemporaneo in una prospettiva d'evangelizzazione e di dialogo ad ogni livello con tutti gli uomini di retta coscienza». Certamente non è mia intenzione, in questa sede, elencare tutti gli elementi che il Concilio ha introdotto per rendere maggiormente accessibile all’uomo la salvezza divina che fu l’obiettivo principe che papa Giovanni si era prefisso indicendo la grande assemblea di tutta la Chiesa universale che per la prima volta si sarebbe ritrovata unita in un solo luogo. Né voglio effettuare una verifica analitica di quanto sia stato realizzato e quanto resti ancora da fare, soprattutto in merito alle quattro costituzioni sulla Divina rivelazione (Dei Verbum), sulla Chiesa (Lumen Gentium), sulla Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium) e sulla Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes). Su questi temi si sono scritte migliaia di pagine e non credo si possa aggiungere qualcosa di personale [cito solo quale esempio la “Storia del Concilio Vaticano II” curata da Alberto Melloni – un’opera pubblicata in sette lingue che si articola in cinque volumi]. Mi limiterò quindi a fare alcune considerazioni su come ho percepito in questi ultimi cinquant’anni i benefici in termini di avvicinamento del “popolo di Dio” alla Santa Chiesa attribuibili esclusivamente al Concilio. Innanzi tutto si deve riconoscere che quell’evento universale ha permesso alla Chiesa di accettare la globalizzazione, anzi di anticiparla. E non è poco. Poi, per effetto delle aperture del Concilio, soprattutto per il più stretto rapporto tra i vescovi e il Papa con l’istituzione delle assemblee sinodali (sostenute dal Concilio e introdotte da Papa Paolo VI) e la partecipazione dell’intero popolo di Dio - anche i laici - al corpo della Chiesa, si è infranta la ferrea logica piramidale della gerarchia ecclesiastica preconciliare. Si è così realizzato un modello di “Chiesa-comunione”, ovviamente contestato dai più conservatori ma, a mio modesto avviso, maggiormente aggregante per tutti i fedeli. Mi domando spesso cosa sarebbe oggi la nostra Chiesa se cinquant’anni fa non ci fosse stato il Concilio Vaticano II con il suo originale sistema di “riformare nella continuità”. Coloro che non sono vissuti prima del Concilio non immaginano neppure cosa fosse la Chiesa e come si realizzasse il suo rapporto con i fedeli. La collegialità, la nuova liturgia con l’uso della lingua nazionale, la funzione dei laici (per esempio nelle letture bibliche nelle Messe), l’aggiornamento del linguaggio nel modo di comunicare, il prestare attenzione alle istanze del popolo di Dio (“Ascoltare per essere ascoltati” diceva Paolo VI), la particolare attenzione al tema della pace e a quello della Dottrina Sociale, la giusta relazione tra Scrittura e Tradizione, il rapporto tra Stato e Chiesa, sono assieme a molte altre, le novità apportate dal Concilio Vaticano II di cui ora non possiamo più fare a meno. Voglio anche aggiungere che da quel particolare interesse per i laici di cui al Decreto sull’apostolato dei laici (Apostolicam Actuositatem) deriva soprattutto l’importanza della famiglia (la piccola chiesa), nella società moderna purtroppo non troppo apprezzata. Come dicevo all’inizio non voglio schierarmi né fra i detrattori del Concilio, né fra i suoi adulatori, né fare un’analisi critica per stabilire cosa è stato realmente realizzato di quello slancio verso l’uomo contemporaneo per condurlo a Dio di cui erano animati i padri conciliari. Abbandoniamo, come dice Giuseppe Ruggieri nel suo libro “Ritrovare il Concilio”, le polemiche tra gli addetti ai lavori e concentriamoci sulla lezione del Concilio, in particolare sul suo “sguardo amico” della storia che tralasciava il bastone della disciplina per passare alla misericordia di chi si pone a fianco degli uomini e donne in cammino e bisognosi di speranza. Annotiamo, aggiungo io, semplicemente le grandi e piccole novità del Concilio che, pur non essendo stato volutamente dogmatico, ma prevalentemente pastorale, ha inciso fortemente nella vita della Chiesa. Con questo spirito, un passo conciliare che mi piace evidenziare è quello della Dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae): “Il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini … dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata”. Si stabilisce così che nelle altre confessioni ci sono delle “parti di verità”, e si mette fine agli stereotipi offensivi per gli ebrei, ritenendo che l'antisemitismo non avesse più alcuna giustificazione teologica, come sancito dalla Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate). Non voglio nemmeno soffermarmi a considerare il cambiamento radicale apportato da tale Dichiarazione rispetto alla posizione preconciliare su questo punto poiché ciascuno di noi conosce bene la posizione assunta storicamente dalla Chiesa cattolica nel combattere, a volte anche violentemente, gli infedeli e gli eretici. Con lo stesso spirito, poi, il Concilio apre all’ecumenismo con uno specifico Decreto (Unitatis Redintegratio) che promuove il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani come uno dei principali intenti dei padri conciliari, in quanto la Chiesa è stata fondata da Cristo una e unica. Dopo cinquanta anni il Papa Benedetto XVI, aprendo solennemente l’anno della fede - il 12 ottobre scorso - con 400 tra cardinali, vescovi e una qindicina di padri conciliari, abbraccia il patriarca Bartolomeo e il primate della Chiesa d’Inghilterra, i capi degli ortodossi e degli anglicani. Bartolomeo legge un messaggio, parla del Concilio come “pietra miliare” per tutti i cristiani. Il primate anglicano ricorda il contributo dato dalle assise cattoliche del Novecento alla diffusione del Vangelo. Anche Benedetto XVI all’omelia affida una riflessione sul Concilio definendolo ricchezza per la Chiesa. E poi qualcuno dice che non si è trattato di una rivoluzione.

Gian Paolo Di Raimondo

gianpaolo.diraimondo@fastwebnet.it

1 novembre 2012