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don Pino Pulcinelli

 
 

“ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote”
 

 

Colgo l’occasione del tempo di Avvento - tempo di memoria, di invocazione e di attesa della venuta del Signore, tempo in cui i cristiani sono chiamati a vigilare, a vegliare e quindi anche a riflettere su cosa significa essere cristiano oggi - per fare una valutazione personale su come ogni cristiano dovrebbe porsi in attesa, oltre che del Salvatore, anche di un mondo migliore più giusto e quindi operare nella società civile per il raggiungimento di tale obiettivo nel minor tempo possibile nella certezza che il "Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino" ( Mc 1,15 ). Perché o il Regno di Dio inizia qui quando siamo ancora sulla terra, oppure sono veramente guai. Speriamo che non abbia ragione Ignazio Silone che a chi gli chiedeva perché non divenisse cristiano, rispose: “Perché mi sembra che i cristiani non attendono nulla!”. Noi cattolici, specialmente se praticanti, dovremmo sconfessare Silone cercando di applicare il messaggio evangelico per costruire una società più giusta dando per primi l’esempio. Il primo obiettivo per arrivare a ciò non può che essere quello di porre particolare attenzione per le persone bisognose nell’ottica del perseguimento del bene comune. In questo senso ogni azione di un cattolico deve essere accompagnata dall’amore come riflesso della fede in Dio che è amore (Agape e Logos), Amore e Parola, Carità e Verità qual è il messaggio della prima enciclica sociale di Benedetto XVI “Caritas in Veritate”. Se proviamo a leggere le Scritture che trattano la giustizia sociale ci accorgiamo di come Esse abbondino di concetti sull’equo utilizzo dei beni terreni e sulla condanna dell’accaparramento di ricchezza - specie se superflua - da una parte dell’umanità a scapito dell’altra parte che resta in costante e crescente stato di sudditanza economica. Addirittura l’Evangelista Luca attribuisce a Maria un tale messaggio nel Magnificat, la quale del Signore dice: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote;” (Lc 1, 52-53). Di seguito altri brani che affrontano l’argomento della ricchezza e povertà (sia materiale che spirituale):

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3-10).

E ancora:

Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano” (Mt 6, 19-20).

L’evangelista Luca, oltre a raccontare che il “discorso della montagna” riferito da Matteo avviene “in luogo pianeggiante”, aggiunge all’elencazione delle beatitudini alcuni riferimenti specifici sulla ricchezza:

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete” (Lc 6, 24-25).

Nei Vangeli molti ancora sono i riferimenti alla povertà e alla ricchezza, ma Gesù non esalta la povertà materiale come se tutti i poveri fossero santi, e non condanna la ricchezza come se tutti i ricchi fossero dannati. Bisogna distinguere fra la povertà, che è avere il necessario per la vita ma non molto di più, e la miseria, i miserabili che non hanno il minimo necessario per vivere con dignità di uomini. Gesù non condanna la ricchezza in sé, ma coloro che vivono nell’abbondanza, vogliono avere sempre di più e chiudono il loro cuore alle necessità dei poveri. Cioè la ricchezza egoista di chi accumula beni materiali senza usarli per il bene del prossimo meno fortunato. Con il linguaggio di oggi, dovremmo dire che esalta un’equa distribuzione della ricchezza; infatti in un’altra parabola - quella dei talenti (Mt 25,14) - Gesù affronta l’argomento ricchezza. Invitandoci a valorizzare i talenti, Dio ha inteso educarci alla carità, alla pace, alla giustizia, ad amarci come fratelli, a costruire su questa terra rapporti di amicizia e di collaborazione con lui, di amore e di condivisione tra noi per il bene di tutti. La parabola dei talenti ci indica il modo come possiamo crescere nell'amore di Dio, nella pace e nella giustizia: amandoci come fratelli. A nulla valgono i programmi politici, le proposte di pace, i piani economici se fra gli uomini non regna l’amore. La generosità di Dio ci deve stimolare alla gratitudine e quindi ad una risposta d'amore. Se ci facciamo proprietari di quello che abbiamo ricevuto gratuitamente siamo amministratori disonesti. Può darsi che ci arricchiamo davanti al mondo e ne riceviamo la ricompensa in termini di potere, piacere, successo, finendo anche nelle prime pagine dei giornali e della televisione, ma ci impoveriamo davanti a Dio, il quale non si fa comprare da nessuno e giudica in modo imparziale. L’anima del “proprietario” si riempie della presenza ingombrante dell’egoismo, ma si svuota della potenza e dell'amicizia di Dio. Dio ci ha affidato i talenti non per il proprio tornaconto, ma per l'utilità comune, per la crescita del suo popolo, per condividerli con gli altri, specialmente con chi ne è meno dotato, “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Molto bene affrontano la dicotomia ricchezza-povertà i Padri della Chiesa, uno di loro, S. Giovanni Crisostomo (354 – 407) – forse il principale autore cristiano della letteratura patristica che si è impegnato sul sociale e il cui insegnamento e la cui dottrina sono ritenuti fondamentali per la Chiesa - chiedeva al ricco senza ricorrere a cautele di comodo: “Dimmi, donde viene la tua ricchezza? Io, i miei beni li ho ereditati. E quello da cui tu li hai ereditati, da chi li ha ereditati? Dal mio avo. E lui da chi? Da suo padre. Potresti, risalendo di generazione in generazione, dimostrarmi che sono stati acquisiti secondo giustizia? No, non potresti: alla loro origine e fonte ci fu per forza qualche ingiustizia. Perché? Perché Dio non creò all’origine né ricchi né poveri”. Infine interviene il Magistero della Chiesa con le encicliche sociali, iniziando da Leone XIII che nel 1891 con la sua “Rerum Novarum” stabilisce il pensiero cattolico sul sociale e pone quindi la prima pietra della “Dottrina Sociale della Chiesa” che poi si evolverà nel tempo per adeguarsi ai mutamenti della società attraverso le successive numerose altre encicliche. Un fatto che recentemente mi ha colpito sulla “Rerum Novarum”, di cui ho già scritto, è il racconto fatto da Andrea Camilleri nella trasmissione di Fazio, “Che tempo che fa” il 2 maggio 2010. Camilleri ragazzo diciassettenne scoprì l’esistenza di un altro mondo oltre quello fascista in cui viveva, nonché il significato e il valore della democrazia quando don Angelo Ginex nella sacrestia della sua Chiesa leggeva segretamente a lui ed altri suoi coetanei la “Rerum Novarum”. Quanti di noi cattolici praticanti hanno letto l’enciclica di Leone XIII per poter dire di averne tratto un simile insegnamento? E quanti hanno letto le successive 8 encicliche, compresa l’ultima “Caritas in Veritate”? Ma dico io: se sei grandi papi (Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) hanno ritenuto opportuno usare il Magistero della Chiesa per affrontare il tema sociale con ottica cristiana, vorrà dire qualcosa? Allora perché questo argomento viene sottovalutato, quasi ignorato, dalle nostre comunità di base? Quanti parroci emulano don Angelo Ginex? Penso proprio troppo pochi per l’importanza che l’argomento riveste nella società attuale. Un’ultima valutazione sulla posizione della Chiesa in ambito sociale e politico voglio dedicarla alle due encicliche di Giovanni XXIII, “Mater et Magistra” e “Pacem in Terris”, poiché contengono entrambi il concetto del tutto innovativo di allargare i confini della Chiesa cattolica ponendola in un contesto di universalità. La prima fissa chiaramente l’attenzione sulla distinzione tra errore, da condannare, ed errante, da rispettare. Il riferimento è per coloro che, in un particolare momento della vita, non hanno chiarezza di fede, o aderiscono ad opinioni erronee, ma un domani possono essere illuminati e credere alla verità. La seconda, per l’importanza dei temi trattati (la pace, i rapporti di convivenza, i diritti universali, la divisione dei poteri Stato/Chiesa, la necessità di un’autorità politica con giurisdizione mondiale), papa Giovanni la indirizza, per la prima volta nella storia della Chiesa, “a tutti gli uomini di buona volontà” e non solo ai cattolici. Chissà se il popolo di Dio ha metabolizzato tali novità? Da come ci comportiamo nei confronti dei diversi credo proprio di no.

 

 

Gian Paolo Di Raimondo

Roma, 1 dicembre 2011