SUSSIDIO
PER I CATECHISTI


 


Il fariseo e il pubblicano

a cura di Maria Francesca Vitali

Testo della parabola
 
Luca 18,9-14

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri: ”Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’atro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.                            

Contesto in cui viene narrata la parabola

Troviamo la parabola del fariseo e del pubblicano soltanto nel Vangelo di Luca, ed è narrata subito dopo la parabola del giudice iniquo.
Gesù continua con questo racconto il suo insegnamento sulla preghiera rivolgendosi molto probabilmente in modo speciale ai farisei che criticavano i suoi rapporti con i pubblicani e i peccatori e che per il solo fatto di essere ebrei devoti ed osservanti della Legge, potevano avere fiducia in sé stessi invece di riporla nella bontà di Dio.

La parabola

Possiamo dividere il racconto dell’Evangelista in 4 parti.
1) Il significato della parabola (v.9)
Il versetto 9 offre una precisa ambientazione.
Secondo la sua abitudine l’Evangelista costruisce l’introduzione per far capire al lettore come interpretare la parabola.
Egli non ci ha trasmesso questo brano come un documento contro i farisei, ma come un ammonimento a tutti coloro che sono persuasi di essere giusti e disprezzano gli altri in tutti i tempi e in tutti i luoghi.
 La parabola colpisce quanti sentono di appartenere alla schiera dei giusti, ritengono di essere in esatta relazione con Dio grazie alle proprie prestazioni e di conseguenza disprezzano gli altri ovvero quanti si sentono a posto grazie alla loro osservanza degli insegnamenti di Dio, si vantano di quello che fanno e sono portati a giudicare con severità gli altri che non sono “bravi” quanto loro.
2) I protagonisti della parabola (v.10)
Il racconto presenta due personaggi tipo in forte contrasto: un fariseo e un pubblicano che salgono al tempio a pregare.
La parola farisei è la forma greca di un termine aramaico (pherisim) che significa “altri, coloro che si sono separati. I farisei erano un gruppo religioso di persone che osservavano la Legge Biblica in modo scrupoloso e rigido: per loro al primo posto vi era la santificazione del nome di Dio e la separazione da tutto ciò che non fosse “sacro”. All’epoca di Gesù essi costituivano un piccolo gruppo i cui componenti appartenevano alla classe media degli intellettuali e degli artigiani; non erano sacerdoti ma avevano una grande autorità presso il popolo ebraico in forza della loro conoscenza della Torah che meditavano costantemente, sforzandosi di compierne tutti i precetti (sia quelli scritti che quelli appartenenti alla tradizione orale) e della quale erano i predicatori e gli interpreti.
La Palestina ai tempi di Gesù era sotto la dominazione di Roma che imponeva agli israeliti il pagamento delle tasse. La parola pubblicani è un termina che deriva dal latino e indica gli esattori delle tasse ai quali i romani appaltavano la riscossione dei tributi e che spesso erano reclutati tra gli stessi ebrei. I romani mettevano all’asta e davano in concessione al migliore offerente la riscossione di ogni tipo di tributo: tasse di pedaggio, di dogana, di pascolo, imposte varie; per ogni zone veniva fissato un ammontare complessivo e chi offriva la somma più elevata e subito la versava si aggiudicava l’asta e in seguito poteva rifarsi con ogni mezzo sui contribuenti, cercando ovviamente di guadagnarci.
Nell’ambito della società ebraica, i pubblicani erano dunque disprezzati, erano ritenuti pubblici peccatori, persone disoneste da evitare; il loro mestiere era considerato il peggiore e il semplice contatto con un pubblicano era considerato una forma di impurità legale sia perché gli esattori delle tasse erano collaboratori dell’ Impero Romano e quindi erano spesso a contato con i pagani, sia perché divenendo ricchi a spese dei compatrioti, rendevano ancora più gravoso il giogo dell’oppressione romana.
3) La preghiera del fariseo e la preghiera del pubblicano (vv.11-13)
La parabola ci pone di fronte a due atteggiamenti nella preghiera che rispecchiano il modo di intendere Dio e il prossimo e contemporaneamente rivelano due modi diversi di concepire la salvezza: con solo le proprie forze o con la misericordia di Dio.
Il fariseo prega stando nel primo banco, ritto in piedi, secondo la posa solenne della preghiera, ma anche ritto interiormente nella sua autosufficienza. Egli fa un bilancio della propria vita: prima di tutto ringrazia Dio per essere esente dai vizzi degli altri uomini e poi perché è ricco di opere meritorie: digiuna più del dovuto, paga la decima su tutto per essere sicuro di non trasgredire inavvertitamente un comandamento. Malgrado egli sia sincero in quanto dice, il suo è un monologo, non è una preghiera: non prega Dio ma se stesso. Il fariseo infatti pur iniziando la sua preghiera con la lode e il ringraziamento al Signore, secondo la forma classica della preghiera giudaica, si concentra subito su di sé, si confronta senza amore con gli altri, giudicandoli duramente e chiama Dio a testimone dei suoi meriti.
Anche il pubblicano, come il fariseo, prega stando in piedi, secondo la tradizione ebraica, ma il suo atteggiamento è molto diverso: entra nel tempio ma non si avvicina all’altare, sentendosi indegno di presentarsi a Dio, non osa alzare gli occhi al cielo perché prova vergogna per la sua situazione; si batte il petto, un gesto che esprime dolore interiore, e supplica Dio dicendo semplicemente: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. L’esattore delle tasse, come il fariseo, dice la verità, la sua situazione è infatti quella che descrive: è un peccatore sia perché ha contatti con i pagani, gli odiati romani, sia perché è disonesto nella riscossione dei tributi; ma contrariamente al fariseo, il pubblicano non si sente a posto con sé stesso, ma prega proprio sulla base del suo senso di indegnità e pregando non fa alcun confronto con gli altri; la sua propria miseria gli basta. Egli fa conto solo sulla grazia di Dio, si affida completamente al Signore, al suo amore: sa che Dio perdona per amore del suo nome.
4) il monito conclusivo di Gesù (v.14).
Il commento di Gesù all’esito della narrazione deve essere risuonato scandaloso alle orecchie dei suoi ascoltatori. Il pubblicano che si riconosce peccatore è proclamato gradito a Dio, e Dio stesso rifiuta la salvezza a colui che si sforza di arrivarci con tutti i suoi mezzi, costringendosi a penitenze e ad una scrupolosa osservanza della Legge di Mosè, espressione della volontà salvifica di Dio.
In realtà Gesù non critica l’impegno religioso e morale del fariseo, non gli rimprovera di digiunare né di pagare la decima, né di esserne cosciente. Gesù rimprovera il fariseo di ridurre Dio ad una funzione di contabile. La sua preghiera infatti fa leva su gesti e opere del quale lui ritiene di avere il merito, è priva di una qualsiasi richiesta di perdono, ed in essa il ringraziamento a Dio è associato al disprezzo per gli altri uomini. Gesù condanna il fariseo perché questi non conosce la misericordia.
Allo stesso modo, Gesù non elogia il pubblicano per il suo comportamento quotidiano, non ne approva di certo l’attività equivoca e fraudolenta, ma lo elogia perché non pensa di salvarsi per i propri meriti ma per la misericordia di Dio.
L’insegnamento della parabola è molto chiaro: l’unico modo di mettersi di fronte a Dio nella preghiera e nella vita è riconoscersi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore.

 

Tracce di lavoro coi ragazzi

Le proposte di lavoro possono essere articolate su due incontri.
Materiale occorrente per il primo incontro
La Bibbia, una scheda preparata dal catechista per ogni ragazzo, delle penne
Svolgimento del primo incontro
Dopo aver letto la parabola, il catechista può inquadrare il racconto nel contesto dell’epoca e spiegare chi erano i farisei e i pubblicani, quindi può distribuire ad ogni ragazzo la scheda seguente da compilare, scheda struttura per esaminare e confrontare le preghiere dei due protagonisti del racconto. Dopo 10-15 minuti l’educatore può invitare tutti ad un confronto e ad una condivisione delle osservazioni e riflessioni fatte da ciascuno.


La preghiera del fariseo

La preghiera del pubblicano

 

Luogo della preghiera nel tempio: .......

Posizione del fariseo durante la preghiera:
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Atteggiamento del fariseo durante la preghiera: ...............................
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Le parole del fariseo (trascrivi Lc 18,11-12): ..................................
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Perché il fariseo ringrazia Dio? .............................
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Cosa chiede a Dio? ..............................
Perché?......
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Perché Gesù afferma che il fariseo non tornò a casa giustificato, cioè riconciliato con Dio? ..................
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Luogo della preghiera nel tempio: .................
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Posizione del pubblicano durante la preghiera:
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Atteggiamento del pubblicano durante la preghiera: ......................................
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Le parole del pubblicano (trascrivi Lc 18,13):
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Il pubblicano parla a Dio solo di sé stesso o coinvolge anche qualcun altro nella sua preghiera? ..................................................
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Cosa chiede a Dio? ..........................
Perché? .......................................
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Perché Gesù afferma che il pubblicano tornò a casa giustificato, cioè riconciliato con Dio? ......................................................
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Materiale occorrente per il secondo incontro
Una copia dell’immagine scelta, magari ingrandita, una copia dell’immagine stessa e un cerchio di cartoncino del diametro di circa 8-10 cm per ciascun ragazzo, forbici e colla per la carta, pennarelli colorati, un cartoncino bristol.
Svolgimento del secondo incontro
In questo secondo incontro possiamo fare un cartellone per evidenziare insieme ai ragazzi gli aspetti positivi e gli aspetti negativi dei due protagonisti della parabola allo scopo di sottolineare come noi cristiani apparteniamo un po’ alla categoria dei farisei e un po’ a quella dei pubblicani: siamo peccatori ma ci crediamo giusti e conseguentemente siamo facilmente portati a giudicare gli altri. Cerchiamo di far capire che il richiamo di Gesù ai suoi ascoltatori di allora è oggi rivolto a noi tutti: il Signore ci chiama ad osservare i suoi comandamenti, ad essere giusti, a non disprezzare mai gli altri, a riconoscere che siamo peccatori che per quanto bravi e volenterosi hanno sempre bisogno della sua misericordia. Ciò che salva non sono le opere buone ma l’amore di Dio.
Fariseo
Aspetti postivi: conosce approfonditamente la Legge di Mosè, gli insegnamenti di Dio; è un religioso praticante.
Aspetti negativi: si ritiene in credito con Dio per ciò che fa; si sente salvato dalle proprie opere; ritiene gli altri peggiori di lui e li giudica con disprezzo.
Pubblicano
Aspetti positivi: è consapevole di essere un peccatore; confida nella misericordia di Dio.
Aspetti negativi: è un furfante, un disonesto approfittatore.
Prendiamo il cartoncino bristol ed incolliamo al centro l’immagine ingrandita del fariseo e del pubblicano e facciamo scrivere ai ragazzi con i pennarelli colorati, in corrispondenza di ciascun personaggio, gli aspetti positivi e quelli negativi ad esso relativi.
Consegniamo quindi a ciascun ragazzo una copia dell’immagine scelta e un cerchio di cartoncino. I ragazzi dovranno ritagliare l’immagine del fariseo e quella del pubblicano e attaccarle ognuna su una faccia del cartoncino a ricordare che fariseo e pubblicano sono le due facce della stessa moneta.

Immagine

In questa immagine sono ben rappresentati i due atteggiamenti del fariseo e del pubblicano durante la preghiera nel tempio: il fariseo impettito prega stringendo a sé il libro della Torah, il pubblicano invece, col capo chino si batte il petto.

 

Segno

Come segno consegneremo la moneta costruita da ciascun ragazzo durante il secondo incontro.

Canto

Scegliamo questo canto e lo insegniamo ai ragazzi dopo avere evidenziato che è tratto da un salmo (Il salmo 102 (103) che viene indicato anche come “Inno alla misericordia di Dio)) ed è quindi una delle forme più antiche di preghiera. E’ preghiera che parte dall’anima ,senz’altro gradita a Dio (va sottolineato ai ragazzi) in quanto espressione di una interiorità ,di un cuore a Lui rivolto

Benedici il Signore

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo nome;
non dimenticherò tutti i suoi benefici,
benedici il Signore, anima mia
.

Lui perdona tutte le tue colpe
e ti salva dalla morte.
Ti corona di grazia e ti sazia di beni
nella tua giovinezza.

Il Signore agisce con giustizia,
con amore verso i poveri.
Rivelò a Mosè le sue vie, ad Israele
le sue grandi opere.

Il Signore è buono e pietoso,
lento all'ira e grande nell'amor.
Non conserva in eterno il suo sdegno e la sua
ira / verso i vostri peccati.

Come dista oriente da occidente
allontana le tue colpe.
Perché sa che di polvere siam tutti noi plasmati
come l'erba i nostri giorni.

Benedite il Signore voi angeli,
voi tutti suoi ministri.
Beneditelo voi tutte sue opere e domìni
benedicilo tu, anima mia.

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