Il servo che serve
a cura di Cecilia Filippini
Testo della parabola
Luca 17,7-10
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni
subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e
servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”?. Così anche voi, quando
avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto
dovevamo fare”».
Contesto in cui viene narrata la parabola
La parabola è all’inizio del capitolo 17, più precisamente dopo gli insegnamenti rivolti ai discepoli
nel capitolo 16, dedicato alle parabole sulla ricchezza: Gesù ammonisce drammaticamente chi
scandalizzi i “piccoli” (17,1-3), invita al perdono dei fratelli anche “sette volte al giorno” (17,3-4),
e alla richiesta degli apostoli di accrescerne la fede, risponde che pur con la fede equivalente ad un
granello di senape, si potrebbe ordinare ad un albero di sradicarsi e piantarsi in mare (17,5-6).
Successivamente alla parabola oggetto della nostra attenzione e comunemente denominata del
“servo che serve”, leggiamo l’episodio dei dieci lebbrosi (17,11-19). Quindi Gesù dà quegli
ammonimenti (17,20-37) che seguono alla domanda insidiosa, postagli da alcuni farisei, sulla
venuta più o meno prossima del regno di Dio e che vengono considerati dai commentatori la
“piccola apocalisse lucana”1, molto vicina a quanto leggiamo nel vangelo di Matteo (24,4-31), in
quanto anticipo o prefigurazione dell’Apocalisse di Giovanni.
La parabola
Nella sua brevità questa parabola può essere considerata esemplare di quel modo concreto e intenso
con il quale Gesù espone i Suoi insegnamenti. Nella prima parte abbiamo la descrizione di un servo
che si occupa di agricoltura o di pascolo e che al suo rientro a casa non avrà la possibilità di
rilassarsi e di rifocillarsi perché dovrà preparare il pranzo al padrone, stringersi la veste ai fianchi e
servirlo. Tuttavia Gesù, e questa è la parte più significativa, non si limita a raccomandarci di essere
servi utili e attivi, ma servi che, dopo aver compiuto “tutto” quanto era stato loro ordinato,
pronunciano parole di umiltà: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Il Maestro quindi ci rende consapevoli che compiere il proprio dovere non può costituire motivo di
vanto o pegno di ricompensa (si rammenti a tale proposito la parabola del fariseo e del pubblicano
in Luca, 18, 1-8), anzi contano soprattutto l’atteggiamento di umiltà e l’attenzione con cui badiamo
a servire il Signore attraverso la disponibilità, la cura ai bisogni del prossimo prima che ai propri,
non con l’animo di chi si sacrifica con dolore ma con la gioia di chi intende servire il Signore.
Gesù, attraverso l’evangelista Matteo, ci ha rivolto parole di speranza, di incoraggiamento ad
assumere un nuovo comportamento, a vivere “una vita nuova”, superando le difficoltà e le
incertezze della vita (Matteo, 11, 28): “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e
troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Questi versetti di Luca sul “servo che serve”, oggetto della nostra meditazione, in realtà sono da
considerarsi in un certo senso una “parabola anomala”, in quanto anche per la loro brevità non
costituiscono un racconto: secondo Gourgues2, infatti, per la ricchezza dei particolari (ad esempio la
descrizione dei dettagli riferiti al servo, quali l’abbigliamento e le azioni) questa “si distingue anche
1 Cfr. la bibbia CEI, Luca 17, 20, p. 2201.
2 Michel Gourgues, Le parabole di Luca, Torino ElleDiCi Edizioni 1998 p. 188-189.
da un semplice detto di sapienza o da una semplice sentenza parabolica come Nessun servo può
servire a due padroni”. Piuttosto i versetti suggeriscono un confronto (un exemplum) con una
realtà che, come al solito nei vangeli, è familiare a chi ascolta Gesù. Allora infatti la figura del
servo, o meglio dello schiavo (la parola usata dall’evangelista è infatti doùlos, schiavo) era comune
e spesso gli schiavi erano persone “proprietà di qualcuno”, indipendentemente dall’etnia di
appartenenza o dal livello intellettuale. Poiché, come leggiamo nel vangelo di Matteo (5, 12),
Cristo per Sua stessa ammissione non è venuto “ad abolire la legge, ma a dare compimento”, un
rifermento ad Isaia risulta chiarificatore. Se prescindiamo dal fatto che Israele è spesso chiamato
“servo” del Signore, è sui carmi del Servo (Isaia, 42, 49, 50, 52 e 53) che possiamo riflettere3. La
liturgia ci propone infatti nella Domenica delle Palme (anno B) e nel Mercoledì Santo il terzo
carme di Isaia; i primi tre carmi di Isaia sono quindi presenti nei giorni iniziali della Settimana
Santa e il quarto è inserito nella liturgia del Venerdì Santo. Servo infatti, con l’iniziale maiuscola,
che mostra con il Suo Amore, l’Amore di Dio, il Servo per eccellenza, è Cristo stesso che esprime
con tutto Se stesso, fino al sacrificio supremo, il Suo Amore per noi, gratuito e incondizionato.
Varie comunque sono offerte dalle parabole nei vangeli di Luca e Matteo, le occasioni in cui si fa
riferimento agli schiavi, alle loro incombenze, al loro comportamento4.
Soprattutto colpisce l’insistenza di Gesù sull’atteggiamento, sulle azioni che indicano premura,
sollecitudine, vigilanza. Cristo, in un certo senso, sembra farci riflettere sulla pratica dell’amore
che dall’Invisibile, da Dio, deve scendere, concretizzandosi nella carità verso i fratelli. Una
riflessione sulla carità, la chàris in greco, che significa “amore fino al sacrificio”, si trova anche
nell’incipit della prima enciclica di Benedetto XVI, in cui si distinguono i vari tipi di amore, da
quello egoistico a quello generoso e prodigo di sé, che non annulla ma sublima.
Un altro riferimento, forse scontato ma di grande potenza, è quello che rimanda alle parole di Paolo
sulla carità (Corinzi, 13, 1-13). Paolo poi, in varie occasioni, parla degli schiavi e dedica
all’argomento un passo celebre (Efesini, 6,5-9), ma soprattutto egli denomina se stesso “schiavo di
Dio e apostolo di Gesù Cristo” (Tito, 1,1), sintetizzando mirabilmente l’Antico e il Nuovo
Testamento. Quindi nella lettera a Filèmone di Colosse (1,36), Paolo auspica che il suo amico,
Filémone, appunto, consideri lo schiavo fuggitivo Onèsimo un fratello, anzi un emissario
dell’apostolo stesso, che non può muoversi, in quanto “prigioniero di Gesù Cristo”: con dolce
umorismo si dichiara persino disposto a pagare per i danni conseguenti alla fuga di Onèsimo, sicuro
come è della fede e dell’affetto che animano l’amico benestante!
A somiglianza infatti delle altre parabole in questa del “servo che serve” sono presenti domande
alle quali occorre rispondere e che presuppongono una reazione concreta; qui è evidente il
passaggio dalla logica umana alla logica divina. Ancora una volta nel vangelo di Luca (22,24-34),
presente nella liturgia della Domenica delle Palme (Anno C), o in quello di Giovanni (13,1-17), con
la “Lavanda dei piedi”, che si legge il Giovedì Santo, Cristo offre un altro esempio di
“rovesciamento” di prospettiva: chi vuole essere il primo, deve rendersi “ultimo” per amore, così
come ci ha mostrato Gesù.
Ma accanto a Gesù, un altro esempio ci può aiutare ad abbandonarsi alla volontà di Dio mediante
l’impegno concreto: Maria infatti, accettando di collaborare al piano di Dio per la salvezza, afferma
di essere la “serva del Signore” (Luca, 1, 38).
Tracce di lavoro coi ragazzi
Come al solito proponiamo di lavorare in due incontri
Materiali occorrenti per il primo incontro:
Pennarelli, cartoncino bristol, colla forbici, fotocopie della parabola in un foglio A4 così
predisposto:
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo:
“Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai
fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”?. Così anche voi,
quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto
quanto dovevamo fare”».
Luca, 17, 7-10
Dopo aver suddiviso in varie parti il testo, sottolineare i gesti e le azioni del “servo”.
Riflettere quindi sul concetto di schiavitù nel mondo antico (Quali altri esempi troviamo nei
Vangeli o nella Bibbia?)
Siamo servi inutili. Cosa significa questa frase?
Domandiamoci cosa significa oggi essere schiavi. Siamo schiavi del tempo? Del denaro? Delle
mode? Del telefonino? Della televisione? Di altri strumenti della tecnologia?
Sappiamo poi metterci al servizio degli altri? Sappiamo indovinare i bisogni degli altri fratelli?
Sappiamo rinunciare ad un cenno di riconoscenza?
Esercizio facoltativo di interpretazione grafica.
Come possiamo illustrare questa parabola, così diversa dalle altre?
Quale scena è da rappresentare?
Secondo incontro
Immagine di una Lavanda dei piedi

Pennarelli, cartoncino bristol, colla forbici, fotocopie dell’immagine prescelta in un foglio A4 così
predisposto:
Meditiamo sul significato dell’illustrazione alla luce della lettura del vangelo di Giovanni (13, 1-15)
Prima della festa della Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo
mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di
tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio
ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con
l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù:
«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i
piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon
Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il
bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i
piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi
chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro,
ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio,
infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Quali sono le somiglianze tra il Vangelo di Giovanni corrispondente all’illustrazione e la parabola
del “servo che serve”?
Quali sono i gesti con i quali gli apostoli accolgono il gesto di Gesù?
Qual è l’atteggiamento di Pietro?
Sappiamo riconoscere ed apprezzare i gesti di carità degli altri nei nostri confronti?
Riflettendo sul fatto che Gesù, come leggiamo nella Lettera ai Filippesi, 2,6-11, “pur essendo nella
condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la diventando simile agli uomini”, impariamo a meditare su un canto che parla di
essere servi per Amore.
Canto
Una notte di sudore, sulla barca in mezzo al mare e mentre il cielo s’imbianca già, tu guardi le tue
reti vuote. Ma la voce che ti chiama un altro mare ti mostrerà e sulle rive di ogni cuore le tue reti
getterai.
Rit. Offri la vita tua, come Maria ai piedi della Croce e sarai servo di ogni uomo, servo per Amore,
sacerdote dell’umanità.
Avanzavi nel silenzio, fra le lacrime, e speravi che il seme sparso davanti a te cadesse sulla buona
terra. Ora il cuore tuo è in festa, perché il grano biondeggia ormai, è maturato sotto il sole, puoi
riporlo nei granai.
Rit. Offri la vita tua, come Maria ai piedi della Croce e sarai servo di ogni uomo, servo per Amore,
sacerdote dell’umanità.