Il padre misericordioso
a cura di Franco Cavaliere
Testo della parabola
Luca 15,11-32
Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Contesto in cui viene narrata la parabola
Il capitolo 15 di Luca è quasi tutto centrato sulla parabola del “figlio prodigo” o, per accentuare maggiormente la figura del protagonista, del “padre misericordioso”. Il capitolo 15 si trova all’interno del grande viaggio (9,51 – 19,46) che Gesù compie verso Gerusalemme, meta e compimento della missione che il Padre gli ha chiesto. Il viaggio non deve essere interpretato in senso geografico o nemmeno cronologico, ma deve essere per noi occasione di accostamento alla persona di Gesù che con i suoi insegnamenti e con la vita raccontata da Luca ci permette, entrando nel suo mistero, di comprendere la via della sua sequela. Molti sono gli argomenti che mediante le parabole vengono proposti alla nostra riflessione. In questo caso il tema che predomina come vedremo è quello del rapporto con Dio e fra di noi.
Per comprendere il contesto dobbiamo analizzare la parabola in funzione dei personaggi. Potrebbe essere questa una prima domanda da porre ai ragazzi. La parabola potrebbe essere strutturata come segue:
A – versetti 13 – 20a il figlio minore
B – versetti 20b – 24 il figlio minore e il padre
A’ – versetti 25 – 28a il figlio maggiore
B’ – versetti 28b – 32 il figlio maggiore e il padre
Il protagonista assoluto della parabola è come abbiamo detto il “padre”, la cui parola ricorre ben dodici volte nel testo. In primo piano è infatti la relazione del genitore con i due figli ed in secondo piano la relazione fra i due fratelli.
La parabola, che ricorre soltanto in Luca, è una delle più belle del Vangelo ed un primo passo per comprenderla è leggerla d’un fiato, magari più di una volta lasciando vagare la fantasia ed immedesimandoci una volta sul personaggio del padre che aspetta ansiosamente e pazientemente il ritorno del figlio, una volta sul figlio che lascia la casa ed infine sul maggiore che non vuole riconciliarsi col fratello. Non è possibile leggerla senza mettere in relazione la nostra vita, i nostri comportamenti con Dio Padre e con i nostri fratelli.
Un’altra possibile chiave di lettura è metterla in relazione con tante definizioni di Dio buono e misericordioso date da Gesù “Siate pieni di bontà, come Dio vostro Padre è pieno di bontà” (Lc 6,36) o nell’Antico Testamento (Sal 145,8-9).
La parabola, che è anche la più lunga dei vangeli, si compone di tre sezioni principali:
- la partenza del figlio ed il distacco dal padre verso un paese lontano ove una condotta dissoluta lo conduce all’indigenza (11-16)
- il ripensamento (17-20a)
- il suo ritorno e l’accoglienza paterna (20b-24)
- l’incontro fra il padre ed il figlio maggiore (25-32)
La parabola
Primo tempo: la partenza del figlio ed il distacco dal padre. (11-16)
Gesù già ci aveva raccontato storie di smarrimenti e ritrovamenti. Nei primi versetti del capitolo 15 Luca ci propone infatti altre due parabole (la pecora smarrita e la dramma ritrovata) che con quella attuale formano il cosiddetto trittico della misericordia. In questo caso in cui il riferimento è diretto ed è una persona, analizzeremo tutta la dinamica del distacco e del successivo ritorno. La domanda che il vangelo ci propone in questa prima parte è la seguente: perché la nostra coscienza, la nostra libertà ci fa scegliere di abbandonare la casa del padre? Quali sono le responsabilità del figlio? Gesù le spiega molto bene parlando di questo giovane che parte da casa per non più tornare.
Quella che dobbiamo tenere presente è una famiglia patriarcale. Il padre rappresenta l’autorità assoluta, è l’unico che ha contribuito alla ricchezza della stessa; poi viene il figlio maggiore che un giorno potrà appropriarsi dei due terzi dei liquidi (Dt 21,17) e l’intero patrimonio immobiliare. Che possibilità avrà il più piccolo di crearsi una vita sua quando il padre morirà e rimarrà senza proprietà? Era la legge che salvaguardava l’integrità della proprietà in modo che i posteri avessero più probabilità di successo nella vita. Meglio quindi, secondo il figlio minore, il rompere con l’ambiente ed andarsene lontano.
Il padre allora, contro ogni uso e consuetudine si dimostra verso di lui oltremodo condiscendente anticipandogli ciò che gli spetterà di eredità. La richiesta è dunque sfrontata ed insolente, equivale a desiderare la morte del padre! Lasciandolo si veniva liberati dal dovere di accudirlo nella vecchiaia. Recarsi in un paese lontano sottintende quindi non solo una distanza geografica, ma anche psicologica del figlio dal padre, dal fratello e dalla intera comunità
Affascinato da questa improvvisa ricchezza che non si era creato ma gli era stata totalmente donata senza merito, il ragazzo decide di godersi la vita, nel totale disimpegno e di assenza di responsabilità. Da questo momento la situazione precipita, anche per ciò che concerne circostanze che sfuggono alla sua responsabilità Dissipa tutte le sostanze e, trovandosi in un periodo di carestia, si trova subito in miseria non avendo neanche la forza fisica oltre che morale per trovare del cibo. “Andò a pascolare i porci” ci dice il vangelo. Si pone quindi alle dipendenze di un cittadino del luogo, un pagano che lo manda nei campi ad accudire i porci. Si trova quindi nella condizione di “domestico”, una condizione appena superiore a quella di schiavo. Nutrire i maiali è la peggior sorta di degradazione, perché per la legge e la tradizione essi sono animali impuri (Lv 11,7, Dt 14,8 ecc). Desiderare quindi di cibarsi dei “baccelli” mangiati dai maiali senza riuscirvi è ancora più degradante di nutrire i maiali stessi. La rottura con il padre e la famiglia è così completa. Non soltanto fisica, non soltanto nei rapporti umani (chiedendo l’eredità aveva considerato il padre come già morto) ma anche nelle abitudini e nelle tradizioni.
Il peccato è infatti anzitutto rottura di rapporti, mettere una barriera tra sé e gli altri, tra sé e Dio. Ma è possibile e a che condizione tornare sui propri passi? Ci risponderà Gesù.
Secondo tempo: il ripensamento (17-20a)
Il giovane tornò in sé. Non è tormentato dal rimorso che potrebbe indurlo a pentirsi, ma dalla miseria. Il ragazzo si rende conto della propria avventatezza e rinsavisce: si tratta di un preludio al pentimento, se pure non del pentimento stesso. Agostino dice che, perso il senno, il giovane lo ritrova, torna cioè nella condizione iniziale.
Il figlio prodigo ricorda che i servi salariati (quelli a giornata nel contesto della parabola) presso la fattoria paterna hanno cibo in abbondanza. Capisce che la sua condizione anche fisica è talmente precaria che ne sente vicino il temine (“sto morendo”). Il desiderio di diventare uno dei lavoratori a giornata lo porterebbe a finire in una condizione inferiore non solo a quella filiale, ma anche a quella dei servi della casa e della fattoria, ma il desiderio di sopravvivenza gli fanno scegliere questa strada, anche se non esente da problemi. “Chissà se mio padre potrà consentire alla richiesta?” si sarà detto. Il giovane ri-conoscerà il padre soltanto dopo il loro incontro e l’accoglimento in casa.
Deciso a rientrare, compone il discorso ripetendolo quasi per verificarne dentro di sé la credibilità. Che fosse pentito o no, e di questo non vi è certezza, ricorre al linguaggio del pentimento per il suo rientro anticipato.
Il figlio progetta di rivolgersi al padre con tre affermazioni:
- la confessione di colpevolezza (“ho peccato”).
- l’ammissione di avere distrutto il rapporto col padre (“non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”)
- una soluzione possibile per il genitore (“trattami ... “)
Siamo comunque di fronte ad un vero e proprio esame di coscienza, preludio come detto ad un vero pentimento.
Terzo tempo: il ritorno e l’accoglienza paterna (20b-24)
La scena del ritorno a casa è descritta da Luca con toni fortemente emotivi. Il padre vede il figlio che ritorna e, mentre questi è ancora lontano, ne prova compassione (v. 20). Il termine usato in greco è quello della compassione divina che si manifesta in Gesù: la compassione del padre allora rispecchia quella di Dio. Nonostante la compassione, la reazione umanamente più appropriata sarebbe stata aspettare che giungesse a casa e che chiedesse perdono, prostrandosi. Il padre allora avrebbe potuto accoglierlo. Il giovane sarebbe stato messo alla prova per un periodo in cui avrebbe avuto modo di guadagnare e rendersi nuovamente indipendente.
Il padre non agisce secondo le regole del decoro e delle abitudini. Il padre, nonostante il suo potere ed il suo ascendente “corre” come non fa una persona dignitosa e ragguardevole. Prima ancora di ascoltare il figlio gli si getta al collo, lo abbraccia e lo bacia. La scena richiama quella della riconciliazione fra Giacobbe ed il fratello Esaù (Gen 33,4). La scena avviene tanto velocemente che al figlio non è lasciato neanche il tempo e l’opportunità di raccontare la storiella ripassata a memoria. La corsa, l’abbraccio prima che il figlio parli ed il bacio indica riconciliazione e perdono offerto dal padre. Non c’è nessun indizio che questi abbia voglia di sentire il discorso e le intenzioni del figlio ma mostra solo la gioia per il suo ritorno a casa.
Il discorso del figlio è parola per parola quello preparato quando ancora era lontano. Non appena sostiene di non essere degno di essere considerato un figlio, il padre ha ascoltato quanto basta e reagisce trattandolo meglio di un figlio. La veste importante ed il dono dell’anello indicano la concessione dell’autorità. La consegna al figlio minore dell’anello non è un particolare che possa passare inosservato: di regola infatti sarebbe passato al maggiore alla morte del padre e significa che il figlio ha ora soppiantato il fratello maggiore, sebbene tutta la proprietà spetterà ancora a quest’ultimo. L’indossare le scarpe ai piedi poi non significa soltanto che il giovane è arrivato a casa scalzo, ma che è una persona libera e che i servi ne riconoscono l’autorità: essi infatti in casa non possono indossare calzature. Il figlio è stato insomma reintegrato completamente nella famiglia e nella comunità.
Queste azioni e per di più l’ordine di ammazzare il vitello grasso e di fare festa fanno infuriare il maggiore che si sente minacciato nei privilegi acquisiti. Completano la scena le parole del padre, con quelle antitesi morto (vedi come si considerava il figlio)/tornato in vita e perduto (non solo fisicamente)/ritrovato. Il figlio che aveva considerato il padre morto nel partire ed a seguito di un esperienza che lo aveva portato a sentirsi tale, viene da questo considerato come tornato in vita.
Quarto tempo: l’incontro fra il padre ed il figlio maggiore (25-32)
Luca afferma subito che il figlio maggiore è “nei campi” e per il lettore questo deve indicare che è un lavoratore serio e fedele. A sera nel tornare a casa, non essendo stato avvertito, sente ciò che sta accadendo (“musica e danze”), i segni della festa. Nell’apprendere il motivo dei festeggiamenti prova rabbia, un sentimento opposto a quello che si può respirare in casa, e rifiuta di entrarvi.
Rischiando umiliazione e vergogna, il padre lascia la festa, esce per la seconda volta e prega il figlio di unirsi alla festa per partecipare alla gioia dell’accaduto. La risposta del ragazzo è una protesta dolente e rancorosa verso il comportamento generoso del padre verso il figlio minore. Secondo lui il padre si è messo in ridicolo con tutta la famiglia ed il suo comportamento è stato ingiusto perché:
- è stato sempre obbediente
- il padre non è stato grato per la sua obbedienza
- lo umilia per la sua stoltezza
Il rapporto che il grande intrattiene con il padre riflette la sua percezione del genitore, è improntato a formalismi sul merito e sulla ricompensa piuttosto che sull’amore e sulla misericordia.
Tutto il dialogo con il padre è caratterizzato da espressioni di disprezzo e da un atteggiamento di sfida nei confronti. Ciò è evidente nella scelta dei termini usati:
- non si rivolge al genitore chiamandolo padre (a differenza del figlio minore), né si riferisce al fratello chiamandolo tale, ma in maniera spregiativa dice “questo tuo figlio”, nonostante ciò
- il padre lo chiama “figlio” e definisce l’altro “questo tuo fratello”
Le parole del fratello maggiore sono senza dubbio sprezzanti, il padre invece replica ricordando da parte sua la relazione tra i due figli. Egli infatti li considera entrambi figli, e anche fratelli sebbene il maggiore abbia difficoltà in proposito. Il protagonista della storia sta infatti provando a riconciliare una famiglia che si è disgregata. Dal linguaggio usato il figlio si considera uno schiavo fedele, mentre il padre vede in lui un compagno (“si sempre con me”) ed il comproprietario della fattoria (“tutto quello che è mio è tuo”).
Tracce di lavoro coi ragazzi
Al solito proponiamo di lavorare su due incontri
Preparazione primo incontro
Sulla base della parabola, prepareremo tante fotocopie del testo della stessa in cui inseriremo anche la scheda proposta qui di seguito, per quanti sono i ragazzi.
Scheda 1
Testo della parabola (Lc 15,11-32)
Dopo aver letto anche individualmente la parabola:
elenca qui di seguito i protagonisti della parabola _________
Perché a tuo giudizio il figlio più giovane va via di casa _________
Come si comporta il padre nei suoi riguardi e perchè? _________
Al ritorno del figlio minore come si comporta il padre nei riguardi dei due figli? __
Tu cosa avresti fatto al posto del padre. E del figlio maggiore? _________
Chi ti affascina di più dei tre personaggi e perchè? _________
Proponi tu un finale a questa parabola_________
Preparazione secondo incontro
La parabola termina con le parole del padre e non fornisce conclusioni come la maggior parte di esse. Nulla si aggiunge sulla posizione dei figli. Gesù vuole che noi, come tutti quelli che nei secoli l’hanno letta, prendiamo posizione entrando dentro questo dramma famigliare. Il figlio maggiore esaudirà il desiderio del padre partecipando alla festa? Dovrà però rinunciare alla sua posizione tranquillamente acquisita negli anni. Il figlio minore tornerà esattamente nel ruolo che aveva prima di partire? Ma la vita non porta mai a ripetere le medesime esperienze specie dopo che le relazioni sono così cambiate. I due si riconciliano? Potrebbero farlo per convinzione, perché riconoscono ancora il padre come genitore. O forse per convenienza. O forse potrebbero rimanere nelle loro posizioni.
Il catechista o educatore deve leggere le schede ed essere pronto a comunicare ai ragazzi i finali proposti dalle schede o in forma discorsiva o in percentuale.
Svolgimento primo incontro
Un ragazzo o il catechista leggerà a voce alta il racconto. Poi dopo una pausa ciascuno rileggerà personalmente almeno due volte la parabola.
Dopo la lettura del testo del Vangelo e la rilettura silenziosa, il catechista può dare alcune spiegazioni attingendo da quanto scritto sopra; inoltre può far notare come le parabole (anche quelle precedentemente trattate) hanno un finale aperto. Lasciare 30 minuti per la compilazione.
Farsi consegnare le schede compilate.
Svolgimento secondo incontro
Il catechista riassumerà anche in percentuale i finali proposti con le schede e, chiedendo il parere del gruppo, proporrà quello più scelto. Chiederà poi di recitare mediante una scenetta la parabola con l'aggiunta del finale scelto.
Alla fine si può chiedere chi rappresentavano i personaggi della parabola e spiegare che la logica di Dio (il padre) non è la nostra. Il Padre ama senza condizioni i due figli. Le nostre relazioni invece (un figlio o l’altro non fa differenza) è molte volte funzione dei nostri sentimenti/stati d’animo. Molte volte siamo tentati a dire “ti voglio bene/ti sono amico perché ... “. Il padre (Dio) non pone condizioni, ama sempre per primo ed è disposto a perdonare prima ancora che il nostro pentimento diventi esplicito.
Ai ragazzi, specie se adolescenti, risulterà particolarmente ostico il rapporto del padre con il maggiore, quasi che nella nostra idea di giustizia di tipo retributivo Dio non avesse dato la giusta ricompensa al figlio più grande che sempre era stato con lui. In effetti però il problema sta nell’immagine che lui aveva del padre.
A questo proposito possiamo stimolare il gruppo con domande:
- Chi è per me Dio, che immagine ho di Lui?
- Come faccio a conoscerlo, penso che lui mi conosca?
- Cosa vuol dire che Dio mi conosce?
- Se Dio si comporta con me come il padre con i suoi due figli, come faccio nella mia vita a sentirmi suo figlio?
Segno
Potremo stampare l’immagine del “Padre misericordioso” e sul retro incollare il salmo 103,1-13 che qui sotto riportiamo. L’attività potrebbe essere terminata leggendo il salmo e, se d’accordo con un sacerdote, potremmo concludere l’incontro con il Sacramento della Confessione per sperimentare il perdono del Padre.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.
Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.
Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;
come dista l’oriente dall’occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Immagine
“Il Padre misericordioso” di Rembrandt
La scena raffigura la conclusione della vicenda, ovvero il perdono del padre nei confronti del figlio al suo ritorno a casa. Il giovane, vestito di stracci logori, è in ginocchio dinnanzi al padre, di cui ha sperperato le sostanze. L'anziano lo accoglie con un gesto amorevole e quasi protettivo. Sulla destra, osserva la scena il figlio maggiore.
La luce scivola dai personaggi secondari per soffermarsi sulla scena principale e catturare così l'attenzione dell'osservatore, che si trova con gli occhi alla stessa altezza del ragazzo, come se il pittore volesse suggerire un'identificazione tra finzione e realtà. Tuttavia, il particolare forse più importante di questo quadro, è rappresentato dalle mani del Padre misericordioso; se le osserviamo attentamente possiamo notare che non sono uguali, ma sono una maschile ed una femminile. L’amore per noi del "Padre misericordioso" che è il Dio che accoglie tutti, specialmente i peccatori redenti, non è solo un amore paterno ma anche materno. L’amore in Dio è infatti un amore che comprende, che corregge, che conosce, che perdona.

Canto
Perdonami mio Signore – di Claudio Chieffo
Perdonami, mio Signore, di tutto il male mio,
perdonami, mio Signore, perdonami, mio Dio.
Senza di Te si spacca il cuore mio:
bianco come la morte, Ti chiamo, o Dio.
Com’è pesante il male, il male che Ti faccio
e com’è duro il cuore: è freddo più del ghiaccio.
No, non mi abbandonare e dammi la Tua pace
sia tutta la mia vita solo ciò che Ti piace.