SUSSIDIO
PER I CATECHISTI


 


Le mine e i talenti

a cura di Cecilia Filippini

Testo della parabola
 
Luca 19,11-27

Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha già dieci!”. Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” ».

                          

Contesto in cui viene narrata la parabola

Gesù narra questa parabola dopo la “conversione” del pubblicano Zaccheo, stupefacente per tutti ma non per Lui che conosce il cuore degli uomini e indovina il loro desiderio di Dio. Infatti, scorgendo Zaccheo che, piccolo di statura, si era arrampicato su un sicomoro per vederlo passare, il Signore si autoinvita nella sua casa e, davanti a Zaccheo che aveva mostrato concretamente di voler cambiare vita (“do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”), in contrasto con il mormorio pettegolo dei “critici” (“E’ entrato nella casa di un peccatore!”), risponde: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Quindi, dopo questa parabola, la narrazione prosegue mostrando Gesù che si incammina verso Gerusalemme, entra nella città tra le manifestazioni di gioia dei discepoli, e dopo aver pianto sull’incombente fine della splendida città, caccia i mercanti dal tempio.
Nei giorni successivi Gesù insegna nel tempio tra l’astio di alcuni ma l’attenzione entusiasta del popolo (“Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo”, Luca, 19, 47-8).

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La parabola

Questa parabola si pone in parallelo con quella cosiddetta “dei talenti” (Matteo, 25, 14-30), ma il confronto tra le due, che è possibile sintetizzare in modo efficace, non consente tuttavia di stabilire una priorità o la discendenza da un prototipo comune.
Innanzi tutto in Luca è specificato il motivo per cui il nobile personaggio, protagonista del racconto, si allontana: egli deve prendere possesso di un regno. Si tratta di un dettaglio decisamente importante, perché, come al solito Gesù sembra prendere avvio da un evento di “attualità”: Archelao si era recato a Roma nel 4 a. C. per ricevere l’investitura a successore del padre Erode il Grande1. Tuttavia, in armonia con tutte le parabole del Signore, oltre al significato più immediato il lettore accorto e sensibile deve rintracciarne quello profondo ed escatologico, legato all’imminenza del regno di Dio: la parabola allude al viaggio del re-Gesù che parte per Gerusalemme, dove morendo per l’umanità e risorgendo vittorioso sulla morte, conseguirà il titolo di Messia-Salvatore.
Ma esaminiamo subito in modo sintetico le differenze, in accordo con quanto ci segnala lo Hultgren2. Oltre al fatto che il protagonista in Luca è un nobile, destinato a prendere possesso di un regno, e in Matteo, più genericamente, un uomo che parte per un motivo imprecisato, nei due evangelisti variano in misura cospicua l’entità della somma, perché la mina ha un valore nettamente inferiore al talento3 e, conseguentemente, la modalità della suddivisione e il numero degli schiavi. Inoltre Matteo specifica come venga impiegato il denaro e la somma sia raddoppiata, mentre in Luca il primo servo decuplica il deposito del padrone e il secondo lo quintuplica. In entrambi gli evangelisti il servo-infedele ed avaro nel prodigare i propri sforzi nasconde la somma affidatagli, presso Luca in un fazzoletto, presso Matteo in una buca nel terreno. Infine cambiano le ricompense, poiché in Luca gli schiavi fedeli ottengono incarichi di governo, mentre in Matteo ricevono “potere su molto” ed il privilegio di “prender parte alla gioia del padrone”.
Anche se appare scontato, non mi sembra inutile rammentare non solo che dalla parabola di Matteo discende il significato di abilità che noi oggi attribuiamo alla parola talento, ma anche che la lettura di questo brano evangelico deve sollecitarci a riflettere sui “talenti” che ci sono stati affidati e soprattutto, cosa ancora più difficile, su come farli fruttificare. Non a caso la parabola compare nella 33ª domenica del tempo ordinario, nell’anno A, in cui ha rilievo particolare il tema escatologico della salvezza.
Un aiuto ed un conforto possono venirci da San Paolo, che nella prima lettera ai Corinzi (12, 4-6) scrive: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti”. E poi, all’inizio del capitolo 13, l’Apostolo delle Genti nell’inno alla carità (agàpe in greco, ovvero l’amore capace di donare, l’amore oblativo4) scrive: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”.
Di certo non è facile esercitare la virtù della carità, mettersi in gioco, rischiare il nostro talento o le nostre certezze nel corso della vita, ma non possiamo certo correre il pericolo di diventare come quel servo “pigro”che appare avaro e diffidente.
Per collegarci ad un’altra parabola che chiarisca ulteriormente il valore dell’impegno nel servire il Signore spendendo le proprie risorse per gli altri, come non ricordare quelle parole di Gesù suggestive e, nello stesso tempo, spietatamente esplicite nel quarto capitolo di Marco! Leggiamo così: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Diceva infatti: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (Marco, 4, 21-25).
Non sono forse le stesse parole con le quali si conclude la parabola di Luca oggetto del nostro esame? Sono espressioni forti, che richiamano anche la severità della pena in accordo con la quale il protagonista della parabola comanda di uccidere “quei nemici” che non Lo volevano come re. Mentre la morte sembra la logica condanna per coloro che hanno rifiutato la Vita del Signore, che si sono sottratti al Suo dominio, la miseria è destinata al servo avaro di sé, malaccorto custode geloso della ricchezza del padrone. Non è certo questo l’atteggiamento dei servi “buoni e fedeli” (in Matteo 25, 21 leggiamo infatti in greco “buono e fedele”, nel senso di affidabile) che si erano impegnati! E’ notevole che entrambi i servi fedeli, premiati dal padrone, non dicono “Io ho fatto fruttare il tuo denaro”, bensì “Il tuo denaro ha fruttato” (nel testo greco letteralmente “ha fatto”). Ritornano in mente le parole con le quali si esprimono i servi, sempre in Luca, “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Luca 17, 10).
Quindi, l’animo col quale viviamo deve essere quello dell’umiltà, della disponibilità e della forza di rischiare, quella forza che ci dà insomma la fede, la fiducia nell’aiuto che Dio, comunque e sempre ci dona, se lo sappiamo riconoscere.
Possiamo senz’altro ancora proseguire, sulla scorta di San Paolo, considerando quanto, oltre a ciò che si compie, conti moltissimo l’atteggiamento con cui agiamo, lo spirito di carità con cui operiamo: “Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1 Cor., 13, 3). E poi nella conclusione dell’enciclica Deus est caritas (nn. 35-42), il papa, nel proporre Maria come esempio di amorevole sollecitudine (Deus est caritas n. 41), che, mentre aspetta il Figlio, affronta un viaggio per essere vicina all’altra mamma in attesa, l’anziana Elisabetta, ribadisce il valore della preghiera. Poiché attraverso la preghiera, espressione della nostra fede in Dio, possiamo renderci sempre disponibili “ad alzare la lampada sul candelabro”, a non custodire gelosamente e sterilmente, di nascosto, quanto Egli ci dona, ma a farlo fruttare, perché fiduciosi nella Sua generosità, colmi della speranza che il Suo aiuto moltiplicherà e premierà i nostri sforzi.

1 Cfr. la bibbia CEI, Luca 19, 11-27, p. 2204.
2 Arland J. Hultgren, Le parabole di Gesù, Brescia Paideia Editrice 2004, pp. 265-282, 266.
3 Cfr. la bibbia CEI, Matteo 25, 14-30, p. 2106.

4 Cfr. l’inizio dell’Enciclica di papa Benedetto XVI Deus est caritas sulla definizione di amore (nn. 1-8).

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Tracce di lavoro coi ragazzi

Come al solito proponiamo di lavorare in due incontri

Materiali occorrenti per il primo incontro:

Pennarelli, cartoncino bristol, colla forbici, fotocopie della parabola di Luca in un foglio A4 così predisposto:

Luca, 19, 11-27
Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”.
Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”.
Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”.
Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha già dieci!”. Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” ».

Dopo aver suddiviso in varie parti il testo, sottolineare le varie sequenze della parabola, senza tralasciare le ripetizioni nelle parole e negli atti del nobile protagonista e dei servi.

Riflettere quindi sul concetto di schiavitù nel mondo antico (Quali altri esempi troviamo nei Vangeli o nella Bibbia?5) .

 

Considerare l’entità della somma: una moneta equivaleva cento denari6

A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.. Cosa significa questa frase?

Quindi distribuire un altro foglio con la fotocopia della parabola dei talenti di Matteo in un foglio A4 così predisposto:

Matteo 25, 14-30
Avverrà infatti come a un uomo, che partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone-, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone-, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

Sollecitare i ragazzi a riflettere sul fatto che la parola talento sia passata dall’indicare una somma in denaro ad un’abilità particolare, proprio grazie alla parabola di Matteo.
Quali sono le abilità, i talenti che i ragazzi considerano tali?
Aiutare i ragazzi a suddividere in sequenze la parabola e ad individuare le somiglianze e le differenze con la parabola delle mine in Luca, riportandole su due colonne in un foglio a parte, magari mediante l’uso di pennarelli colorati.

Materiali occorrenti per il secondo incontro:

 

Immagine proposta utilizzare eventualmente l’immagine della parabola presente su internet (wikipedia, incisione del 1712) .

Pennarelli, cartoncino bristol, colla forbici, fotocopie dell’immagine prescelta in un foglio A4 e i risultati del confronto tra le parabole delle mine in Luca e dei talenti in Matteo.

Come possiamo illustrare queste parabole?
Quale sequenza di scene è preferibile rappresentare dell’una o dell’altra?
Quale fase della parabola di Matteo è illustrata in questa incisione del 1712 a commento del Vangelo?
Potrebbe essere un’immagine adatta ad illustrare in tutto o in parte anche la parabola delle mine in Luca o è pertinente solo alla parabola di Matteo?
Con quali elementi si percepisce la lontananza tra chi esegue la volontà del Signore e chi si sottrae al rischio di un impegno?
Se tu dovessi inserire dei colori per completare il messaggio dell’incisione e meglio definire gli abiti ed il contesto, quali useresti?

Meditiamo su quello che possiamo fare, utilizzando il tesoro di competenze e di abilità che il Signore ci ha affidato, e riflettiamo sul fatto che nella nostra vita abbiamo il dovere di impegnarci per rendere fruttifero il nostro patrimonio tramite l’amore per gli altri, grazie ad un canto in cui si riporta che il dolore e le difficoltà che incontriamo possono essere utilizzati per contenere, per valorizzare meglio l’amore.

5 Per questa tematica si veda quanto già scritto a commento della parabola sul servo che serve (Luca, 17, 7-10).

6 Cfr. la bibbia CEI, Luca 19, 11-27, p. 2204.

 

Canto

Rit. Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada avrò piedi stanchi e nudi, avrò mani bianche e pure. Avrò ceste di dolore, avrò grappoli d’amore, o mio Signore.

Rit. Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada avrò piedi stanchi e nudi, avrò mani bianche e pure. Avrò amato tanta gente, avrò amici da ricordare e nemici per cui pregare, o mio Signore.

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